Francesco Jovine.
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IL PASTORE SEPOLTO.
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1945. Tipografia Tumminelli, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Seconda raccolta di racconti di Jovine, pubblicata nel 1945, tre anni dopo Signora Ava. Di questultimo romanzo Il pastore sepolto  un ideale seguito, come ambientazione e, soprattutto, come approfondimento del discorso sulle conseguenze dellunit dItalia sulle zone povere e agricole del meridione.
Infatti qui la lotta risorgimentale  conclusa, e per il contadino meridionale sono rimaste aperte sostanzialmente solo le porte dellemigrazione, mentre la borghesia agraria va in rovina per carenza di mano dopera; i latifondi non coltivati vanno in malora e il loro valore non copre pi neppure i debiti.
In questo contesto Albamaria, la pi giovane in una vecchia famiglia patriarcale rovinata dalla crisi in cui versa il latifondo, che vede sfumare le possibilit di matrimonio perch rimasta senza dote, si aggrappa a un sogno del nonno che rivelerebbe lesistenza di un tesoro nascosto. Ma il tesoro dissotterrato  solo una statua; Albamaria spera che il tesoro sia dentro e ne spacca la testa. Crolla il mito, la speranza nel miracolo. Resta la fredda e disperata realt dellemigrazione.
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L'AUTORE.
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Francesco Jovine (Guardialfiera (Molise), 9 ottobre 1902. Roma, 30 aprile 1950)  stato uno scrittore, giornalista e saggista italiano. La sua era  una famiglia di contadini nella cui casa era presente una discreta biblioteca, e il giovane mostr un interesse molto precoce per la letteratura. Fu cos che abbandon presto gli studi iniziati nell'Istituto tecnico di Larino per frequentare la scuola magistrale di Velletri e poi di Citt Sant'Angelo, dove si diplom nel 1918. Insegnante in scuole private, continu a studiare per proprio conto soprattutto la filosofia di Croce e di Gentile. Dopo il servizio militare svolto a Roma, ottenne l'abilitazione magistrale nel 1923 insegnando a Guardialfiera e, dal 1925, a Roma, dove si laure nella Facolt di magistero e divenne direttore didattico.
Curatore della rubrica letteraria delle riviste Italianissima e I diritti della scuola, si schier a favore del realismo in letteratura: nel 1928, anno in cui spos Dina Bertoni.
La riaffermazione del realismo e una critica del dannunzianesimo  altres presente nel suo primo romanzo, pubblicato nel 1934, Un uomo provvisorio, vicenda di un decadente che vive in citt ma ritrova i valori autentici della vita nel proprio paese di origine. La censura fascista proib il libro con l'accusa di disfattismo. 
Avvicinatosi al marxismo e insofferente del regime imperante, nel 1937 prefer allontanarsi dall'Italia con la moglie accettando un incarico di insegnante a Tunisi e poi a Il Cairo. Rientrarono in patria nel maggio del 1940, Jovine pubblic la raccolta di racconti Ladro di galline, nei quali sono protagonisti giovani intellettuali di provincia che cercano di inserirsi in citt e lo stesso mondo contadino, poverissimo ma sempre guardato con nostalgia. In questo periodo fu collaboratore delle riviste Oggi e L'Italia letteraria, e dei quotidiani Il Mattino, Il Popolo di Roma e Il Giornale d'Italia, dove pubblic nel 1941 una serie di articoli sul suo Molise, che saranno raccolti in volume e pubblicati postumi nel 1967 con il titolo Viaggio in Molise. Nel 1942, dopo una lunga gestazione, apparve il romanzo Signora Ava, ambientato negli anni del passaggio del paese nativo di Guardialfiera dal Regno borbonico al Regno d'Italia, durante il quale nulla cambia per i contadini del paese: rimane il latifondo che li condanna a un destino di miseria e rimane al potere la vecchia classe dirigente.
Dopo l'8 settembre 1943 ader alla Resistenza e nel 1945 pubblic la raccolta di novelle L'impero in provincia, una satira del fascismo di provincia. Dello stesso anno  il racconto Il pastore sepolto, narrazione della progressiva rovina di una famiglia di contadini benestanti.
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Indice.
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IL PASTORE SEPOLTO.
GIUSTINO D'ARIENZO.
STORIE DI CONTADINI.
IL CAVALLO DEL DILUVIO.
GIOVED, IN SETTEMBRE.
LE PECORE.
ZELONE E GLI ANGELI.
LE LACRIME DEGLI EREDI.
IL LIBRO DEL COMANDO.
IL FURTO.
LA DIGA.
LA FESTA ETERNA.
GENTE DI CITT.
IL CICERONE PER I MORTI.
GLI ESAMI DI FERNANDA.
QUARESIMA IN SEMINARIO.
CONVEGNO D'AMORE.
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Fine Indice.
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IL PASTORE SEPOLTO.
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Salvatore di Popoli diceva che il nonno poteva tornare, che la piena del fiume verso sera era diminuita e che forse a quell'ora le acque erano tornate limpide.
Luigia lo interruppe con la solita affettuosa malagrazia e gl'intim di andare a letto. Il contadino volse lo sguardo per chiedere ai presenti se era giusto che la moglie lo trattasse cos, che volesse togliergli quel poco tepore che gli veniva dal fuoco lontano e costringerlo a tornarsene nella sua stamberga buia al vicolo S. Felice.
Ma gli altri non dissero nulla; si vedeva che erano preoccupati. Albamaria filava della lana candida con moto lento ed uguale; aveva la conocchia sotto l'ascella sinistra, incoronata di soffici bioccoli che allungava con rapida cautela e poi comprimeva leggermente perch reggessero il peso del fuso. Le dita sottili scorrevano lungo il filo con una rapida carezza; nell'incerta luce, a tratti, non si vedeva che questo moto delle bianche mani e si udiva appena il brusire leggerissimo del fusaiolo. Albamaria aveva la testa appena reclinata sulla spalla sinistra e la bocca socchiusa e immobile come se dormisse.
Carlotta era pi prossima al focolare e teneva i gomiti puntati sulle ginocchia; con le mani si sorreggeva il viso grasso e guardava assorta il fuoco del ciocco.
D'un tratto s'intese sulle imposte il sibilo della bora ed io feci per muovermi e andare a guardare il cielo; s'ud dalla stanza di zio Michele lo squillo prolungato del campanello. Albamaria depose la conocchia e il fuso su una seggiola e mi raggiunse: Vieni.
Mi prese per mano e ci mettemmo a correre lungo il corridoio; dal fondo si ud ancora il campanello squillare. Ma Albamaria non rideva, come sempre, n indugiava nella prossimit dell'uscio per udire, soffocando il suo riso infantile, la voce lamentosa del vecchio che la chiamava. Entrammo subito; lo zio Michele era seduto al suo tavolinetto e scriveva al lume di una lucernetta. Il povero vecchio aveva un'artrite grave che gli aveva accartocciato anche le piccole mani che stentavano a reggere la penna.
Quando ci vide cap che suo fratello non era ancora tornato e disse:
Madonna, Madonna,  tardi, piove e il fiume  in piena.
Albamaria rispose:
Non piove;  il vento, zio. Salvatore di Popoli che viene da Santa Maria in Civita dice che la piena diminuisce.
Il vecchio scosse malinconicamente la testa e aggiunse:
Non  vero, io sento il fiume. Ci fece segno di tacere e tese gli orecchi, quei suoi poveri orecchi che erano sempre pieni di rumori.
Sentite?  il fiume. Non torna stasera. Sar poi partito da Napoli? Io dico, seguit tornando a un suo discorso che io gli avevo sentito pi volte ripetere in quei giorni, io dico che Costanza e Filippa sono buone figliole; spiegheranno ai loro mariti che la richiesta della dote, in questo momento, ci rovinerebbe tutti.
Albamaria si avvicin allo zio e gli assest i cuscini dietro alla schiena; poi ci allontanammo assicurandolo che saremmo tornati a dargli notizie.
Il vecchio si rimise gli occhiali e riprese il suo lavoro. Io e Albamaria salimmo al secondo piano al buio; lei mi teneva sempre la mano nella sua e mi diceva di stare attento. Montava le scale con la solita sicura agilit; raggiungemmo lo studio vecchio e andammo a spalancare il balcone che si apriva a levante verso il fiume. La notte era fredda e stellata; da quel lato il vento aveva un piccolo soffio frizzante che s'udiva appena.
Nasce la luna, mi disse Albamaria e mi indic un piccolo chiarore all'orizzonte nei pressi di Santa Maria in Civita che pareva il riflesso di un incendio lontano.
Nacque la luna e la valle scopr lentamente le sue vie e le case disseminate lungo il pendio che scendeva al fiume; ora s'udiva lo scroscio delle acque. Ma la notte era mite ed io pensai che con quel bellissimo cielo stellato e la luna nascente non potevano accadere disgrazie.
Avevamo freddo e Albamaria mi prese le mani nelle sue; prima le chiuse fregandole leggermente, poi le avvicin alla bocca e me le riscald con l'alito.
Io stavo accanto a lei e tacevo perch non avevo niente da dirle. Albamaria aveva solamente qualche anno pi di me ed era la sorella di mia madre morta. Avevamo giocato insieme tanti anni; ma la primavera passata Albamaria era cresciuta e ora doveva sposarsi con Igino Colavita.
Quella sera Igino non era venuto ed io sapevo che Albamaria lo aveva atteso malinconicamente. Al tramonto si era appartata con Luigia che le raccontava fitto fitto qualche cosa che non doveva piacere ad Albamaria che mentre ascoltava aveva la bocca tremante.
Ora nel buio mi accorsi che piangeva perch vidi i suoi occhi umidi illuminati dalla luna.
Perch piangi, Alba?
Lui non verr pi.
Non verr pi? Perch?
Tu non sai, tu non capisci. Diventeremo molto poveri se i mariti di Costanza e di Filippa faranno la causa a tuo nonno. Tu sai che  andato a Napoli per questo.
Lo so, lo so, e non seppi dire altro. Poi aggiunsi: Rientriamo Alba, fa freddo.
Aspetta, mi disse lei e si sporse dalla ringhiera. Guarda, e mi indic col dito un gruppo di uomini e di cavalli che rimontavano la costa.
Sono loro, sono. Mi agguant una mano, richiuse a furia il balcone e ci precipitammo per le scale. Albamaria rideva di un riso squillante che empiva il silenzio delle stanze vuote. Andammo prima dallo zio Michele per dargli la notizia. L'accolse sorridendo, senza meraviglia e ci disse:
Lo sapevo, ho sentito il rumore dei ferri dei cavalli sulle pietre.
Albamaria rise ancora e mentre andavamo via mi disse:
Che orecchio lo zio Michele, che orecchio!
Entrando in cucina, non dicemmo nulla; ripetemmo solo pi volte, per burla:
Che orecchio lo zio Michele! che orecchio lo zio Michele!
Ma tutti capirono lo stesso e Salvatore di Popoli disse alla moglie:
Hai visto? Se me ne andavo chi avrebbe pensato ai cavalli?
Furono accesi dei lumi; Luigia butt una manciata di frasche sulla fiamma. Carlotta si scosse dal suo torpore e si mosse per la cucina; Albamaria and a nascondere la conocchia e la lana. Il nonno non voleva che filasse; aveva idee moderne ed era piuttosto vanitoso; diceva che a Trivento e a Napoli le signorine di buona famiglia non filavano pi; voleva che Albamaria leggesse o ricamasse. Albamaria era bella ma sapeva appena leggere, era piena di giudizio ma non sapeva ricamare; sapeva invece tessere e filare. Tessendo cantava piano piano sempre la stessa canzone:
Quando la sera scendo per il vico trovo Nina mia facendosi il capo...
e piegava il busto a destra, a sinistra seguendo la spola che faceva prigioniera con la lunga mano; la tratteneva un attimo nel pugno chiuso poi la rimandava con un colpo esatto a fare la talpa sotto l'ordito.
Quando filava chinava la testa sulla spalla: occhi socchiusi e bocca rossa e umida socchiusa, con un respiro lento che appena le gonfiava il busto pieno. Io la guardavo fisso ed ero preso dalla voglia di addormentarmi; e forse dormivo un poco perch non vedevo che lei.
Quando veniva il fidanzato di zia Alba si accendeva il fuoco in sala; don Igino parlava con il nonno o con mio padre, zia Carlotta si metteva accanto a me e tentava di raccontarmi di mia madre che era morta tanti anni prima e mi raccomandava di pregare per lei; io non l'ascoltavo perch mi distraeva il riso squillante di Alba che tentando di servire il caff rovesciava quasi sempre una tazza e si scottava un dito e s'insudiciava il vestito.
Il nonno la guardava severamente, poi diceva a don Igino:
 ancora una bambina, che ve ne fate?
Don Igino diceva:
Eh che me ne faccio, che me ne faccio? e guardava Alba con occhi lucenti. Poi si mettevano a ridere tutti e due allegrissimi. E noi non ridevamo perch non sapevamo la ragione della loro gaiezza.
Quella sera don Igino non era venuto e io mi accorsi che il nonno e mio padre, entrando, lo cercavano con gli occhi. Ma non dissero nulla.
I pedoni che li seguivano deposero la bisacce colorate in un angolo della cucina e rimasero col cappello in mano in attesa di ordini. Il nonno fece un cenno a Luigia; la vecchia serva apr una credenza a muro e prese due fiasche per empirle di vino.
Il nonno era triste e taciturno; s'era seduto accanto al camino, molto prossimo alla fiamma e si asciugava gli stivali umidi per il guado; nel silenzio si udiva il vino gorgogliare nella fiasca. Mio padre aveva chiamato Alba in un angolo buio e le mormorava qualcosa a bassa voce; quando Alba torn nel circolo di luce che faceva la fiamma del camino era pallida e aveva la bella bocca gonfia di pianto.
I contadini se ne andarono e s'udirono le scarpe chiodate che scendevano i gradini; a mezza strada incontrarono Salvatore di Popoli che avendo deciso di andarsene con i due pedoni, salut ad alta voce dalla tromba buia delle scale.
Il nonno si lisciava nervosamente la lunga barba bianca divisa in due bande a forma di pera. Per quelli che lo conoscevano era segno di profonda inquietudine o di collera. Il nonno doveva conoscere il potere attribuito alla sua barba perch ne aveva grande cura e se la pettinava continuamente, o vi passava le magre, pallide dita.
A un tratto disse rivolgendosi a me e ad Alba:
Non avete guardato le bisacce; c' qualche cosa.
Ma Alba fece un cenno vago con le mani come per dire che non aveva voglia di occuparsi di quelle fanciullaggini. Io veramente avrei voluto vedere che regalo mi avevano portato da Napoli; ma non osavo aprire le bisacce senza Alba. Da tanti anni facevamo tutte le cose insieme, io e Albamaria.
Il nonno si alz, si eresse sulla magra e alta persona e si fece al centro della cucina; poi si diresse verso la porta d'uscita. Ma noi sapevamo che sarebbe tornato indietro. Era la sua passeggiata serale durante la quale, quando eravamo soli, ci comunicava le sue riflessioni, i suoi pensieri, i suoi ammonimenti. Il nonno non sapeva parlare stando fermo; l'avevo visto raramente seduto; a letto lo vidi solo qualche tempo dopo, nei giorni precedenti la sua morte.
Riemerse dall'ombra, entr nel campo illuminato dove noi eravamo e disse:
Cos, non hanno voluto attendere; bisogner pagare, e per pagare occorrer vendere.
Ci lasci sotto il peso di questa terribile parola: vendere; e scomparve.
Figli miei, riprese nella luce. A Napoli, al S. Carlo, ho visto La Forza del Destino. La Forza del Destino, ripet con voce grave chinando il capo; e scomparve di nuovo.
Nel silenzio, dietro i passi del nonno, persi nel buio, s'ud improvvisamente il pianto di zia Carlotta.
Ma il nonno, tornato indietro, la guard con i suoi occhi severi e zia Carlotta s'asciug le lacrime, poi chiuse il viso tra le palme aperte.
Non vale piangere, continu il nonno. Alba trover un altro marito e tu...: voleva dire rivolto a Carlotta; ma non continu; forse non voleva che io e Luigia ascoltassimo.
Albamaria mi si avvicin e mi preg di seguirla; io compresi che mi si invitava ad andare a letto. Passammo prima dallo zio Michele; lo trovammo appisolato con la testa magra reclinata sul petto; il sibilo del suo piccolo respiro faceva oscillare la fiamma morente della lucerna.
Alba lo tocc sulla spalla e il vecchio usc dal suo leggero sonno; tentammo di raccontargli che il nonno era arrivato in treno fino a Casacalenda e che a Napoli aveva visto la luce elettrica nelle case. Zio Michele si mise a ridere d'un riso divertito che gli dava la tosse e intanto ci faceva segni di diniego con le mani per dirci che a lui non era facile darla ad intendere.
Quando Alba, smesso che ebbe di ridere, gli volle dire della causa che i mariti di Costanza e di Filippa volevano fare, interruppe serissimo:
So tutto; ho sentito tutto, e ci impose di andarcene.
Lo lasciammo. Alba mentre salivamo le scale mi confid che lo zio Michele doveva avere una cassa di scudi sotto il letto e che zia Carlotta glieli rubava un po' alla volta e li dava a Luigia perch glieli nascondesse fuori di casa.
Entrammo nella freddissima stanza. Alba rimbocc il letto, assest i cuscini ma non si decideva ad andarsene; io me ne accorsi e la pregai di rimanere. Mi prese le mani fra le sue e mi disse:
Sono fredda anch'io. Rimase muta qualche istante poi all'improvviso, piangendo, mormor:
Forse non verr pi Igino; non verr pi.
Ma allora non vuole sposarti?
Lui vuole ma i suoi si oppongono; sanno che sono una ragazza povera, adesso; forse dovremo chiedere l'elemosina, Giovannino; lo vedi che non ti rimandano a studiare? Sarebbe tempo, no?. M'accorsi che le sue mani tremavano e glielo dissi.
Alba incominci a singhiozzare pi forte; mi disse abbracciandomi:
Andremo insieme per il mondo; tu lavorerai per me, dimmi che vuoi.
Io volevo.
Per pi giorni non si parl ancora di partenza per me. Il rettore del Seminario di Trivento aveva scritto a mio padre chiedendogli ragione del mio ritardo; e mio padre s'era rivolto al nonno perch decidesse. Mio padre non poteva decidere nulla; mortagli la moglie era tollerato in casa perch c'ero io, suo figlio, che mi chiamavo come il nonno ed ero destinato ad ereditarne i beni. Ora minacciavo di non ereditare che debiti; siccome mio padre non aveva nulla s'era sposato con mia madre senza garanzie per la dote; se tutto fosse andato in rovina egli non avrebbe potuto salvarsi. Era del resto un uomo malinconico ed ubbidiente, piuttosto piccolo e minuto di corpo e aveva gli occhi umidi pieni di un'opaca benevolenza.
In quei giorni di novembre and fuori pi volte per incarico del nonno e il passare tante volte il fiume a guado lo fece ammalare.
Stette a letto pochi giorni, poi s'alz e riprese ad andare in campagna, ma la sera accanto al fuoco, se il vento rimandava il fumo dal camino, aveva accessi di una tosse sibilante che gli toglieva il fiato.
Ma il giorno seguente usciva lo stesso col freddo dell'alba; s'era nel periodo delle semine e occorreva vigilare, stare a cavallo tutto il giorno, tanto pi che i contadini s'erano fatti altezzosi e volevano partire per l'America. Le campagne incominciavano ad avere poche braccia; a Lago delle Tavole c'erano cento tomoli di terreno rimasti incolti, perch nell'autunno non si erano trovati zappatori.
La mancanza di braccia sviliva la terra; in tutto il circondario l'estate prima era stato difficile trovare mietitori; andavano tutti in America. Quelli che rimanevano attendevano di partire e non avevano voglia di lavorare; il raccolto era stato scarsissimo e la fame e il freddo s'annunciavano penosi per l'inverno imminente.
Io uscivo per andare a messa e a vespro e non vedevo, come gli inverni precedenti, allegri focolari, e non sentivo odore di vivande nei vicoli fradici di mota; dalle porte buie s'indovinavano i camini spenti.
Sulla bottega del barbiere e accanto all'ufficio del cassiere comunale c'erano grandi manifesti che rappresentavano bastimenti a vapore in mezzo al mare azzurro; sui fianchi delle grandi navi c'erano piccole imbarcazioni a remi cariche di signore velate e di uomini in cilindro. Tutti i contadini di Guardialfiera volevano mettersi il cilindro e andarsene per mare verso l'America azzurra.
Forse io a Trivento non sarei pi tornato e un giorno sarei partito con Albamaria per l'America. In quei vagabondaggi per il paese, in quei giorni, ci pensavo spesso e non senza segreto piacere. In fondo l'idea di diventare povero, di andarmene con Albamaria che non avrebbe pi sposato don Igino mi riempiva la mente di dolci pensieri. I miei libri di latino e di greco dormivano da molti giorni; non servivo neanche pi la Messa e mi accompagnavo con ragazzi della mia et che conoscevo scarsamente perch, negli anni precedenti, ero stato pochissimo a casa e, nei brevi periodi di vacanza, il nonno mi aveva proibito di mischiarmi con i figli dei contadini e degli artigiani.
Se mi affacciavo al balcone che dava a levante verso le terre piane della Difesa delle Camarelle e Santa Maria in Civita non vedevo un uomo curvo sulla terra, n buoi aggiogati ad arare.
Eppure alla fine di novembre era tornato il sole dopo brevi giornate di pioggia e di vento; c'era un cielo di vetro azzurro pallido e la campagna nuda era spazzata dalla tramontana. Il barbiere in quei giorni annunzi che sarebbe venuta gente da Napoli a raccogliere altri contadini e portarseli in America.
La notizia si diffuse e i contadini si raccoglievano fin dal mattino in piazza e guardavano il fiume povero di acque e la strada di Larino per attendere questi signori che venivano da Napoli. Rimanevano ore ed ore a far circolo intabarrati e silenziosi fumando nelle corte pipe di coccio o scambiandosi rare e distratte parole sul tempo.
Ma la indifferente noia delle loro parole tradiva un pensiero segreto comune; i loro sguardi erano rivolti al punto dove speravano di veder spuntare la gente annunziata.
Il postiglione che veniva da Larino e raggiungeva il paese nel tardo pomeriggio incominci a portare in quei giorni le prime lettere di quelli che erano partiti nella primavera precedente e che parlavano di boschi sterminati, di innumerevoli armenti, di terre senza padrone.
Il postiglione si fermava sugli usci e leggeva le lettere allo scarso lume del triste tramonto compitando lentamente le incerte scritture e traducendo in dialetto le parole difficili. Le notizie si propagavano dappertutto; nei trappeti accanto al fuoco di sansa, tra le nuvole di fumo acido, si facevano progetti di partenza in massa.
Le nostre povere terre, rse dalle frane, irte di sassi, scoscese e disperate erano guardate oramai da tutti come il doloroso ricordo di un'antica e gi superata miseria.
Il nonno riceveva tutti i giorni lettere dall'avvocato e passava molte ore nello studio grande a scrivere, oppure passeggiava taciturno e stanco per la grande cucina pettinandosi la barba con le dita secche. Zio Michele si faceva portare una pentola d'acqua bollente da Luigia, la metteva sul suo piccolo scrittoio e ogni tanto l'accarezzava con le piccole mani rattratte dalla chiragra; poi riprendeva a scrivere con la sua minutissima scrittura.
Albamaria era tornata, senza ragione, improvvisamente allegra; e d'accordo con me, aveva ripreso lo scherzo di mandare la cornacchia che avevamo per casa nello studio di zio Michele che, puntando le mani sul tavolino, gridava col suo poco fiato: Sci... sci.... Albamaria chiamata dal campanello dello zio si adoperava in apparenza a scacciare l'animale facendo dei cenni d'intesa a me perch costringessi, appena uscito, l'uccello a rientrare.
Lo zio si lamentava come un bimbo e Albamaria rideva, rideva invitandomi a ridere con lei. Ma io non ero allegro; e non mi piaceva che zia Alba fosse cos lieta senza dirmene la ragione.
Una sera che non potevo dormire mi parve di udire un rumore nel giardino retrostante; mi affacciai e vidi Alba che raggiungeva la siepe di fronte. Dopo qualche istante un uomo intabarrato spingeva il cancello e si avvicinava a lei; insieme si avviarono verso la spalliera di edera che era nel fondo, e l'ombra li confuse.
Tornai a letto tremante per il freddo e decisi di raccontare tutto al nonno, la mattina seguente, per farla bastonare a sangue. Ma la mattina alzandomi incontrai Albamaria che aveva gli occhi tristi e il viso pallido e non ebbi il coraggio di parlare. Andai a messa e pregai per tutti con molto fervore; chiesi al Signore che aiutasse Albamaria a sposare don Igino; la mia preghiera era sincerissima e uscii dalla chiesa col cuore in pace senza poter prevedere quello che sarebbe successo qualche minuto dopo.
Arrivato in piazza vidi davanti alla bottega del barbiere un forestiero che, montato su un tavolo, parlava a un folto gruppo di contadini.
Un altro forestiero distribuiva dei foglietti stampati a tutti quelli che li chiedevano. Il signore montato sul tavolo era vestito di un pesante abito a scacchi bianchi e marrone e portava una bombetta grigia. Diceva: Si parte senza spendere un soldo. Vi diamo anche cinquanta lire per le spese.
E continuava parlando delle terre d'America, del poco lavoro e del molto denaro che avrebbero guadagnato; diceva queste cose con l'aria di persona ricca che fa dei bellissimi doni senza attenderne compenso.
A mano a mano il gruppo infoltiva; venivano sempre nuovi contadini dai vicoli con aria giuliva ed ansiosa quasi temessero d'arrivare tardi ad una festa da tempo promessa. Siccome era una giornata di bellissimo sole e di aria dolce, io mi meravigliavo molto che tanta gente fosse in paese; dovevano essere stati avvertiti dell'arrivo dei signori napoletani e avevano voluto, affollandosi, dimostrare la loro sollecitudine per i benefizi che stavano per ricevere.
Intanto s'era raccolto anche un gruppo di giovani galantuomini tra i quali era don Igino; questi signori si mantenevano a distanza e ridacchiavano tra loro commentando le parole del napoletano. Io m'ero confuso fra i contadini e mi piaceva di vederli cos ansiosi e pieni di speranze; forse anch'io sarei partito e solo, e avrei guadagnato tanto denaro per rimandarlo ad Albamaria divenuta povera.
Il napoletano scese a un tratto dal tavolino, apr una valigia di cuoio e incominci a scrivere i nomi dei presenti; a quelli che sapevano firmare chiedeva la firma; per gli analfabeti firmavano il barbiere e un calzolaio storpio, famoso a Guardialfiera per la sua volpigna furbizia.
I contadini si accalcavano contro il tavolo e il napoletano, ogni tanto, bestemmiava nel suo dialetto e proferiva delle ingiurie in inglese senza togliersi il sigaro dalla bocca.
Dal vicolo della Ferraria s'intese ad un tratto un gridare di donne e un pianto di bimbi; arriv in piazza un uomo che aveva aggrappati agli orli del mantello due ragazzi di forse cinque o sei anni, suoi figlioli che tentavano di trattenerlo e gridavano piangendo: Non andare, non andare!. Venivano dietro all'uomo la moglie e la madre, che incitavano i bimbi a gridare e a piangere.
Molte altre donne si fecero ai balconi, o comparvero sulle altane e si diedero a commentare il caso; alcune scesero in piazza e si mischiarono ai loro uomini; ed eccitate da quel pianto presero a mormorare contro i loro uomini che volevano partire e abbandonarle.
Qui il gruppo dei galantuomini che si era tenuto in disparte, fino allora, avanz verso la calca. Igino che era il pi giovane e pi ardito tent di fare una predica ai contadini per indurli a non firmare il contratto d'ingaggio; stessero attenti, era tutto un imbroglio; danaro, danaro, ricchezza, l'aveva visto nessuno questo danaro?
I contadini lo ascoltarono un momento interdetti e pensierosi come volessero lentamente assimilare quelle ragioni contrarie alle loro speranze. Tanto pi che le donne incominciavano con varie grida e discorsi di consenso a spalleggiare don Igino. Qualche parola di minaccia part dal gruppo dei signori verso il napoletano; il quale rimasto silenzioso per qualche attimo, come volesse rendersi conto di quello che stava accadendo, all'improvviso punt le mani sul tavolo e con un salto acrobatico vi mont su, diede un colpo al suo tubino per scoprire la fronte e poi rivolto a don Igino, disse con voce roca e brutale: Sciarap, sciarap.
Incominci poi a parlare con molto disprezzo dei signori affermando che volevano essere ricchi da soli ed impedire ai poveri di diventarlo. Aggiunse un fiume di parole e gesticolava con ambe le mani per rendere pi persuasivo il suo discorso. I contadini, si capiva, erano dalla sua parte. Uno di loro, eccitato dalle insinuazioni contro i signori fatte dal napoletano, con un gesto fulmineo si liber del mantello e agguant per il petto don Igino; nacquero all'improvviso un clamore furibondo di grida, un intreccio rabbioso di membra.
Io, in un angolo, vedevo tutto e volevo slanciarmi nella mischia per dare una mano al contadino che stringeva don Igino, ma mi tremavano le gambe per la rabbia e non potetti muovermi. N potei, quando i signori si misero a fuggire, inseguire don Igino, come fecero gli altri ragazzi. Potei solo dire con la lingua impastata:
Sciarap, sciarap.
Ma don Igino non pot sentirmi.
Tornato a casa mi sentii stanchissimo e triste; mio padre e il nonno erano in campagna e non sarebbero tornati che la sera. Gi, nel granaio, si sentiva il telaio di Alba, infaticabile; ma Alba non cantava. Zia Carlotta era dallo zio Michele; la porta della stanza del vecchio era chiusa e forse zia Carlotta gli portava via gli scudi d'argento che erano nella cassa ferrata sotto il letto.
Avevo davanti a me interminabili ore di noia e di malinconia; se Alba mi avesse fatto chiamare sarei stato felice; da solo non avevo il coraggio d'andare; ancora mi durava l'odio contro don Igino. Avevo bisogno prima di farmi perdonare dal Signore il triste desiderio che avevo avuto di vederlo ucciso da Ignazio Saccione che lo aveva agguantato per il petto. Avevo in un angolo della mia camera una nicchia con la statua di S. Gaudenzio e molte figure di altri santi; sulla nicchia c'era un Crocefisso di legno con Ges morto pieno di piaghe sanguinose. M'inginocchiai, pregai brevemente, e chiesi perdono a S. Gaudenzio del mio grosso peccato.
Scesi da Alba ma non la trovai nel magazzino; era uscita in giardino e confabulava misteriosamente con una donna del vicinato; non ebbi il coraggio d'accostarmi e l'attesi sull'uscio dell'orto. Dopo qualche minuto torn indietro, mi vide e mi venne incontro festosa. La sua allegria mi fece tornare irritabile e triste; le chiesi con una certa ira:
Con chi parlavi?
Albamaria mi rispose mansueta:
Tu la conosci; perch me lo domandi?
Parli con qualcuno, aggiunsi, in segreto parli, anche.
Ma qui mi fermai; l'irritazione che comparve sul visetto di Alba, le ciglia aggrottate, il rosso dei pomelli mi intimidirono; avevo una terribile paura che Alba potesse odiarmi.
Anche... riprese lei con voce stizzosa. Parla.
Io abbassai gli occhi e non risposi; poi le voltai le spalle e me ne andai.
La notte mi alzai pi volte per tentare di spiare Albamaria; ma non vidi nulla, forse perch Albamaria non si mosse dalla sua camera. Faceva un freddo intenso ed io non mi arrischiai ad aprire la finestra. Ficcavo gli occhi nell'oscurit attraverso i vetri che si appannavano per il gelo.
Al mattino mi alzai tardi e ricominci un'altra delle mie tristi giornate; nel pomeriggio il nonno ebbe la visita dei nostri contadini di Santa Maria in Civita; ed io lo sentii nello studio grande che urlava delle terribili ingiurie contro quella povera gente.
Pi tardi venne in cucina e si mise a passeggiare avanti e indietro.
La sera seppi da zia Carlotta che i contadini di Santa Maria in Civita lasciavano la masseria per partire per l'America e il nonno che aveva sperato di vendere quelle terre a buon prezzo temeva ora che, rimaste senza braccia che le lavorassero, non trovassero pi acquirenti.
Zia Carlotta aggiunse che la sciagura si era abbattuta sulla nostra casa, che il nonno morirebbe perch vecchio, mio padre perch gravemente malato e che sarei rimasto io, unico uomo, in una casa di tutte donne a raccogliere quella eredit di lacrime e di miserie. Zia Carlotta si mise le mani alle tempie e dondol il capo due o tre volte gemendo.
Poco prima di Natale vennero i manifesti stampati del tribunale che mettevano all'asta le nostre terre. Io fui il solo a vederli perch ero il solo ad uscire. La gente che mi vedeva passare aveva per me molto disprezzo; solo un mendicante mi salut col solito rispetto.
Ma nei giorni seguenti uscii poco anch'io; andavo solo a Messa al mattino molto presto quando per le vie del paese non s'incontravano, nella penombra dell'alba, che rari contadini che andavano frettolosi alla semina. Affissi al portone del municipio c'erano quei fogli stampati che mostravano la nostra vergogna.
Passavamo il pi del tempo in cucina accanto al fuoco e Albamaria filava con gli occhi socchiusi e il capo reclinato sulla spalla; il nonno non diceva nulla; non aveva pi vanit per Albamaria.
Una sera il nonno ci raccont un sogno; io non prestai molta attenzione a quello che diceva, massime all'inizio, ma ebbi modo di ricordarmene minutamente poi per quello che avvenne.
Il nonno quella sera pareva stanco e s'era seduto con noi accanto al fuoco: c'erano tutti e c'erano anche Luigia e Salvatore di Popoli suo marito.
Figli miei, incominci il nonno, ho fatto un sogno, un bel sogno benedetto. Ieri sera mi ero addormentato pregando il Bambino Ges; e, chiusi gli occhi, il Bambino mi prese per mano e mi indic alzando un dito in alto la stella dei Magi e scomparve. Io seguii la stella e camminai, camminai per una contrada piena di neve e di spine; poi mi trovai alla Costa Solente e capii che la stella mi guidava a Fonte Gerino; all'incrocio di Botasciarra incontrai due pastorelli biondi come angioli che suonavano la zampogna e mi seguirono fino al guado di Fonte Gerino; l mi lasciarono. La stella cammin ancora un poco nell'arco del cielo poi si ferm; io ero arrivato al Casaleno nel centro della vigna. Le macerie del convento non c'erano pi; la stella che s'era fermata illuminava una zappa d'argento che scintillava. Io presi la zappa e incominciai a scavare; la zappa era leggera come una piuma, la terra era dolce. In poco tempo feci molto lavoro. Dapprima trovai una lucerna interrata che pulii con le mani; mi accorsi che era di oro; continuai a scavare e trovai una piccola mola per il grano in pietra e bronzo; poi due spiedi d'argento e poi tanti oggetti di ferro e di rame. Scava scava, incontrai una grande lastra di pietra che era leggerissima, la sollevai e trovai una scala di pochi gradini; in fondo alla scala c'era una breve grotta, a destra e a sinistra grosse pignatte di terra cotta; ne scoperchiai una, era piena di monete d'oro; tutte le altre erano piene d'oro.
Albamaria era rimasta col fuso appeso tra l'indice e il medio e ansimava leggermente come se avesse salito la costa di un monte. Zia Carlotta aveva alzato il capo che teneva eternamente chino fra le palme; fosse la fiamma che le illuminava il viso, le vidi negli occhi una luce sfavillante e cattiva.
Salvatore di Popoli che aveva seguito il racconto senza parlare si frug in una tasca e porse al nonno qualche cosa, dicendo:
Questa l'ho trovata al Casaleno di Fonte Gerino.
Il nonno esamin la vecchia moneta verdastra per un attimo; poi si fece dare un coltello e la liber nervosamente dalla gromma che la ricopriva; comparve in un punto il metallo lucente; il nonno lo espose alla fiamma che lo fece rifulgere.
 oro, disse zia Carlotta. E s'alz di scatto dalla seggiola. Alba aveva il viso tremante di paura; Luigia si fece furtivamente il segno della croce.
Il nonno cominci a passeggiare nella penombra con un passo pi rapido del solito e veniva interrogando Salvatore di Popoli intorno al ritrovamento della moneta. Salvatore di Popoli l'aveva veramente rinvenuta nel Casaleno di Fonte Gerino proprio quella mattina. Il nonno pens che questa fosse una prova aggiunta al miracoloso messaggio della notte e preg Salvatore di non parlarne a nessuno. Il tesoro non doveva essere molto profondo e sarebbe stato facile scavarlo; bisognava andarci di notte in pochi uomini fidati; pensasse Salvatore a trovarli. Non occorreva dire lo scopo della gita notturna; si poteva rivelarla all'ultimo momento.
Il nonno stabil che andassi anch'io per fare la guardia e dare una mano, se occorreva.
Presi questi accordi, il nonno volle che fossimo allegri; fece accendere altri lumi e aumentare la fiamma. Mand Luigia in cantina a prendere una bottiglia di vino vecchio di Fonte Gerino.
Io e Albamaria ne portammo un bicchiere allo zio Michele; ma prima gli facemmo pi volte lo scherzo della cornacchia. L'uccello rientrava calmo, testardo, senza starnazzare; pareva che nessuno l'incitasse e che il programma d'irritare zio Michele fosse suo personale.
Lo zio Michele non beveva che rarissimamente; trangugi d'un fiato il vino che gli piacque molto e gli fece gli occhi scintillanti.
Io gli narrai il sogno del nonno ed egli ci disse che aveva fatto un sogno perfettamente uguale due notti prima, che il tesoro esisteva senza alcun dubbio e che lui sarebbe venuto con noi a scavarlo la notte seguente.
Notte fredda, stellata e senza luna; eravamo partiti all'apparizione delle gallinelle e ora camminavamo taciturni su per la Costa Solente: i muli che portavano gli arnesi facevano un minuto trepesto tra i sassi del sentiero frantumando un lembo dell'enorme silenzio. L'aria era immota e pura; tutti gl'insetti erano morti e la polvere era tenacemente sepolta nel gelo. Ai lati della via le siepi di lentisco e di rovi erano dense dighe di ombre che limitavano il rivolo biancastro dei sassi; nelle vigne attigue ulivi e querce e terra morta, irta di stoppie; senza luna la piana di Ischia del Ponte sfumava nel buio e aveva un minuto polvero di stelle ai margini.
Nessuno parlava; io ero accanto al nonno; quando fummo sotto la vigna del sagrestano io ricordai all'improvviso che, una notte, tornando da Colle Falcone, in quel punto, gli si era impennato il cavallo e aveva incontrato un cavaliere nero che cavalcava un cavallo nero con gli zoccoli di fiamma, che gli aveva tagliato la via, per un attimo, ed era fuggito.
Un mulo s'impunt testardo, poi ebbe un doloroso nitrito e con un salto super un tratto del sentiero. Salvatore di Popoli si fece il segno della croce. La via divenne poi pi agevole, i sassi erano scomparsi. La terra dura di freddo rendeva il cammino facile e il respiro calmo; pareva fossimo usciti da una zona d'insidie verso un pi sicuro luogo. Il buio era sempre fitto ma ora si sentiva che sarebbe nata la luna.
Gli uomini che erano con Salvatore di Popoli, quattro contadini di Monte Peloso, non sapevano esattamente perch il padrone li avesse invitati ad un compito di responsabilit grave, a una faccenda di fiducia che impegnava la loro antica fedelt e la loro discrezione.
Quando sentimmo il choccolio dell'acqua di Fonte Gerino io capii che eravamo per arrivare.
Passammo il guado, arrivammo allo spiazzo della fonte ed io vidi il rifulgere tenue dell'acqua tra le pietre della vasca.
Scaricarono i muli, presero i picconi, pali e bidenti e tutti ci avviammo dietro il nonno. Percorremmo la vigna ormai spoglia di pampini con i tralci reclinati sulle zolle scure e andammo verso la macchia del Casaleno. Rividi le mura dirute dell'antico convento che appena emergevano tra le spine e la morta vegetazione.
Salvatore di Popoli accese due lanterne cieche e le depose su un muretto. Il nonno incominci a percorrere la parte centrale dell'area invasa dalle pietre crollate dell'antica cappella; pietre avviluppate dai rovi e dalla gramigna. Spiava attentamente le pietre per confrontare il luogo reale col sogno di due notti prima. Era indeciso e cauto; di tanto in tanto raccoglieva una pietra e la metteva nell'alone per riconoscerla. Cercava evidentemente un piccolo segno, un particolare che gli servisse da bandolo in quel groviglio di sassi e di erbe. Io vedevo i suoi occhi cupi e la barba bianca pietrificata dal primo lume della luna che nasceva.
Gli uomini avevano le mani sui manichi in atteggiamento di attesa paziente; tacevano ed erano raccolti e tristi come se pregassero su una tomba di recente interrata.
Ad un tratto il nonno si chin e rapidamente con le sue lunghe, nervose mani liber dalla gramigna una lastra di pietra bianca che aveva una croce incisa al centro imbrunita da antichissimi sedimenti.
Qui, disse con voce spenta, bisogna incominciare da qui.
Gli uomini si avvicinarono al punto, simultaneamente alzarono i picconi e ferirono la terra. Sotto il colpo di Salvatore di Popoli zampill un ventaglio di scintille. Il nonno era accanto a me e appoggiava una delle sue mani alla mia spalla. Mi disse:
Nel sogno c'erano le scintille. Io sentii che la sua mano tremava, leggermente, sulla mia spalla.
La luna risaliva l'arco dell'orizzonte e illuminava gli scavatori. Dopo un primo strato di pietre che aveva reso faticosa la loro opera all'inizio, ora trovavano terra pi dolce, e umida per le vene sotterranee della bella acqua che faceva famosa Fonte Gerino.
Al primo rumore secco e stridente dei picconi sulle pietre era succeduto il tonfo sordo e morbido dei bidenti e delle pale. Sotto il bidente di Salvatore di Popoli, intrisa di terra, comparve la lucerna. Il contadino la prese nelle sue dure mani e la liber dalla crosta tenace. Il nonno gliela strapp impaziente, trasse dalle tasche profonde il suo coltello e incominci a grattare in un punto l'oggetto di metallo di forma mai vista.
Luccica, luccica, gli dissi quasi gridando.
 oro, disse il nonno con voce profonda: doveva essere oro.
Rimase cos qualche istante, poi si cacci soprapensiero l'oggetto in tasca. Gli scavatori avevano sospeso il lavoro per guardarlo; forse il mio grido e quel gesto furtivo del nonno avevano reso inquieta la loro fatica fatta fino allora con apparente indifferenza.
Ora con la luna che rimontava l'orizzonte una trama di nuvole bianche, sfioccata, velava appena il cielo; era un manto, candido, lanoso, altissimo che navigava verso il polo abbeverandosi del crescente lume lunare.
Gli uomini alzarono per un attimo il viso verso le nuvole e poi ripresero stancamente le zappe. Il nonno non parlava; capivo che non doveva parlare. Si udirono i tonfi morbidi dei bidenti sulla terra umida.
Per qualche tempo il lavoro continu ritmico e lento; l'aria era sempre immobile, il vento leggerissimo soffiava appena nelle regioni alte del cielo e scompigliava e ritramava il velo delle nuvole bianche.
Via via sotto le zappe comparvero vari utensili da cucina come spiedi, alari di ferro arrugginito, brocche e teglie di rame, verdastre ed ammaccate; gli scavatori li prendevano trattenendoli un attimo nelle mani e poi li lanciavano indifferenti a un lato del fosso.
Il nonno non si muoveva, non aveva in apparenza nessuna curiosit; sapeva con saldissima certezza che gli oggetti scavati non potevano avere alcun valore.
Per qualche tempo, forse un'ora, gli operai scavarono con ritmo uguale e pacifico; ogni tanto sostavano un attimo e si asciugavano il sudore col dorso della mano.
Salvatore di Popoli disse ad un tratto:
Non c' pi nulla.
Mio nonno guard il gruppo taciturno, e poi salt agilmente nel fosso.
Qui, disse, scavate qui.
La sua certezza rincuor gli scavatori i quali aggredirono con una specie di furia irosa un angolo del fosso.
Il nonno ascoltava i rumori delle zappe leggermente chino sulla terra. Sotto i colpi, all'improvviso s'ud un suono cupo di vuoto sotterraneo. Salvatore di Popoli prese il piccone, lo tenne altissimo un attimo sul capo e poi lo avvent contro il suolo. Si sent il rumore farsi pi fondo e cupo; sotto gli altri colpi, il velo di pietre rovin nel vuoto.
Un nugolo di antichissima polvere sgorg dall'antro aperto e parve, nel lume morbido della luna, fumo di un cratere sepolto.
La polvere lentamente si disperse, gli ultimi detriti di pietra che si staccavano spontaneamente dall'apertura divennero sempre pi minuti e pacifici; l'imbocco della grotta, nel silenzio nitido, acquist stabilit come se la sua parentela con l'aria notturna e il lume di luna fosse remotissima.
Gli scavatori al rumore del crollo avevano istintivamente fatto un balzo indietro; il nonno che era pi lontano degli altri dal punto dello scavo si era avvicinato e mi premeva nervosamente una delle sue magre mani sulla spalla. Poi prese una lanterna cieca e disse con un filo di voce:
Andiamo.
Ci avvicinammo all'imbocco del vano e il nonno esplor dentro; al lume della lanterna vedemmo i primi scalini corrosi e il nonno mormor trasognato: C' la scala.
Tent i primi gradini cautamente e incominci a discendere. Io lo seguii. L'aria dell'interno era umida e fredda; ci veniva incontro un respiro antico che sapeva di erbe putride e di salnitro.
Io tremavo e non avevo coraggio di chiudermi nel mantello; mi pareva necessario di avere le mani pronte per la difesa come se una minaccia improvvisa potesse balzare dalle ombre.
Scendemmo forse venti gradini senza veder nulla, inciampando nei sassi; io mi ferii una mano per essermi aggrappato ad una pietra tagliente.
Raggiungemmo il freddo piano del sotterraneo e allora il nonno alz lentamente la lanterna; in alto fra l'antica gromma ci parve di scorgere scintilli di oro; a destra, da una parete un gruppo di figure scure ci balzarono incontro; avvicinammo il lume e vedemmo i santi immobili con i corpi confusi in una massa unica e le teste, alcune mutilate, con le aureole luccicanti e a tratti spezzate. Dall'altro lato guizzi di fiamme rossastre bruciavano corpi orrendamente squartati.
Il nonno procedeva cauto, esplorando; un pipistrello all'improvviso ci palpit sul volto, poi imbocc l'apertura e scomparve.
In fondo c'era un mucchio di pietre lavorate e detriti di marmo rosa; in alto un Crocefisso grande, intatto, di legno che ci apparve nitido nella rosa di luce della lanterna.
 una chiesa, nonno, gridai, andiamo via.
La mia voce era la prima che feriva l'aria secolare del luogo e mi ritorn agli orecchi rotta e piangente.
Il nonno preso da un improvviso furore mi afferr per le spalle e mi disse:
Va via, se hai paura. I suoi occhi erano fosforici e io capii che il diavolo era entrato in lui.
Allora mi feci in un angolo, mi chiusi nel mantello per cercar di frenare il tremito che avevo nelle ossa; volsi gli occhi al doloroso Crocefisso del fondo e incominciai a pregare perch non mi dannasse.
Da quel momento non ebbi pi il coraggio di muovermi e seguii attonito e angosciato quello che avvenne. Tutto mi parve si svolgesse in un tempo brevissimo o forse trascorsero delle ore. Il nonno e gli uomini che aveva chiamati e che, timorosi e incerti sulle prime, erano penetrati nell'antro, si diedero furiosamente ad esplorare le pareti picchiando colpi sordi contro i muri con la speranza di scoprire il vano del tesoro.
Il nonno aveva perduto la sicurezza dei primi momenti; la realt non rispondeva pi al sogno; mi pareva di veder nei suoi occhi lampeggianti sotto le folte ciglia nel disordinato movimento delle mani, una sorta di frenesia diabolica.
Intanto la luna, nel suo moto, aveva trovato l'imbocco del sotterraneo e mischiava il suo chiarore lontano al lume delle lanterne e allo scintillo freddo delle aureole; gli scavatori e il nonno si muovevano in questa luce di cimitero come fantasmi.
Quando incominciarono a rimuovere i detriti dell'altare io credetti che il Crocefisso sovrastante, che aveva la testa dolorosa piena di fiamme, decidesse di seppellirci sotto il crollo della chiesa.
Trovarono una lastra di pietra che portava incisa una croce in rilievo; con le punte dei picconi la sollevarono. Entro il sarcofago c'era la statua di un pastore ricciuto che portava sulle spalle un agnello.
La statua, quando la illuminarono, ebbe un mite ed allegro sorriso come fosse lietissima di essere uscita dalle tenebre.
Fuori trovammo la terra chiarissima di luna e il cielo senza nuvole; solo ad oriente un cumulo di lana argenteo incoronava la macchia alta di Santa Maria in Civita.
Ci avviammo verso il paese; gli scavatori erano stanchi; avevano caricato uno dei muli con gli strumenti di lavoro; sull'altro avevano messo attraverso il basto la statua del pastore che aveva quel suo mite ed antico sorriso rivolto al bellissimo cielo notturno.
La campagna incominciava a ridestarsi e, lungo la via, sentimmo nelle stalle dei casolari il primo calpesto dei buoi sullo strame e qualche belato sommesso. Lontano dal Tratturo verso Morrone giungeva il suono dei campani degli armenti che avevano ripreso la strada verso la Puglia.
Io, all'inizio del cammino, avevo freddo e un tremito sottile mi passava per le membra; ma poi improvvise vampe mi montarono alla testa e un tepore, dapprima discontinuo, poi fermo ed eguale m'invase il corpo.
Mi ronzarono nella mente i campani degli armenti di transito per il Tratturo e il belato tranquillo delle pecore negli ovili e un torpore dolce incominciava a gravarmi le palpebre; avrei desiderato di dormire con quel gran cielo immobile sul capo vegliato dal pastore sorridente che giaceva riverso sul basto.
Il pastore entr nel mio primo sonno spossato di quella mattina, comparve nella mia mente quando s'udirono i galli cantare lungo il fiume e comparve l'alba e la luna si spense.
Poi dormii affannato in una tenebra tetra, non so pi quanto, con terribili vampe nel petto e nella testa.
Quando mi svegliai era giorno, ma certamente un altro giorno perch Albamaria aveva gli occhi tristi e le gote gualcite; aveva avuto tempo di piangere.
Mise la sua mano leggera sulla mia fronte e ve la tenne a lungo senza parlare. Io vidi le pareti della mia stanza e la luce livida che veniva dal balcone; fuori nevicava fitto. La casa era silenziosa; pareva che non fossimo rimasti che io ed Albamaria nel mondo sepolto dalla neve. E questo, mi parve indizio della mia prossima morte.
Ricordavo confusamente la mia notte a Fonte Gerino, la tristezza precedente della mia casa, mio padre che tossiva, zia Carlotta che prediceva sventure.
Presi lentamente l'altra mano di Alba e la strinsi nella mia.
Hai ancora la febbre, disse teneramente, ma guarirai presto. Le feci cenno di no, che non sarei guarito, che non desideravo guarire. Non seppi dirle che desideravo morire con lei, con la sua mano sulla fronte.
Ma poi entr Luigia e port un grande braciere acceso; il colore vivo del fuoco mi richiam alla mente la sua sorgente lontana e la casa riapparve via via in me come se la pensassi per la prima volta senza vederla.
La voce cordiale della serva mi dava un rinnovato senso di stabilit dopo l'angoscioso divagare dei miei torbidi sogni.
Durante il giorno, uno alla volta vennero tutti a vedermi, il nonno, mio padre, zia Carlotta. Nessuno mi parl delle cose importanti che io seppi poi dominare la loro vita quotidiana; ebbero per me solamente parole consolanti e leggere; vaghe promesse di gioia futura come se tra loro ci fosse un'intesa tacita per aiutarmi a guarire.
Di tanto in tanto lo squillo del campanello di zio Michele mi confermava nel mio ritrovato senso di stabilit domestica. Immaginavo il vecchio a scrivere al suo piccolo tavolo con le mani rattrappite che accarezzavano la pentola dell'acqua bollente e il suo immobile carezzevole sorriso cos sapiente e bambinesco.
Natale era passato; il Bambino era nato mentre io dormivo e avevo la strana impressione che tutto quell'anno fosse cancellato dalla mia vita; e che nella mia anima ci fosse un vuoto che avrebbe pesato come una discontinuit dolorosa nel mio tempo futuro.
Un giorno chiesi ad Alba se aveva visto il pastore di marmo. Alba lo aveva visto e gli pareva molto bello.
Il nonno, mi disse, aveva intenzione di donarlo alla chiesa di S. Giuseppe o, se avesse avuto dal Signore tutte le grazie che si aspettava, di far ricostruire la cappella a Fonte Gerino e di rimetterlo al suo posto.
Ma questo non potr farlo, purtroppo, aggiunse Alba e i suoi occhi si velarono di lagrime.
Piangeva facilmente Alba e le sue guance cos vivide, prima, di sangue nuovo e veloce, erano smunte e stanche, pareva che alla sua evidente tristezza se ne aggiungesse una pesante e segreta.
In quei giorni discorremmo molto ed io tentai d'interrogarla; ponevo le mie domande a caso ed ella rispondeva sempre, talvolta tentava anche di volgere le mie parole in ischerzo.
Sentivo che voleva eludere il mio desiderio di confidenza; in quei momenti si allontanava da me; qualcosa si frapponeva alla nostra amicizia e questo mi addolorava; sentivo pungentissimo il desiderio di farla soffrire.
Cos un giorno cominciai a dirle:
Io una notte ti ho vista.
Mi mise la sua mano tremante sulla bocca e premette fino a soffocarmi:
Basta, non lo dire, non  vero.
Le vidi negli occhi un'angoscia cos insolita che mi pentii di aver parlato, di essere stato tanto cattivo.
Alba se ne and e per tutto il giorno non si fece vedere. Rimasi solo molte ore e il silenzio della casa mi riport alla mia penosa situazione di prima. Poi via via mi calmai e pensai con un po' di gioia che io fra tutti ero senza peccato e che potevo farmi prete.
Mi misi a pregare fervidamente e decisi di aiutare il nonno a ricostruire la cappella di Fonte Gerino dove io avrei desiderato di celebrare la prima messa in una mattina piena di sole con Albamaria inginocchiata ai piedi dell'altare col capo inclinato sulla spalla ad ascoltare la mia voce
Dominus vobiscum, Albamaria.
Il sole scintillava sulla neve e il fuoco alto nel camino riscaldava il mio magro corpo dopo la malattia. Mi muovevo ancora con fatica, non di rado, quando ero in piedi, mi prendevano leggeri capogiri; ero costretto ad appoggiarmi ai mobili e mi piaceva farmi sostenere da Albamaria.
La casa era quieta; durante la mia malattia non era successo nulla, mi spiegarono che le aste erano state decise, ma rimandate ancora una volta per il maltempo. Il nonno aveva ricominciato a sperare. Una sera ci disse che forse sarebbe partito per Napoli; gli avevano parlato di una banca che faceva mutui a lunghissima scadenza; avrebbe tentato.
Per ora il calmo tepore della casa, il benessere pigro che ancora l'addolciva in quelle giornate candide e brillanti dava a tutti una pacata serenit. Un giorno Albamaria torn al telaio e cant ancora:
Quando la sera scendo per il vico con voce lenta e gutturale piena di soave malinconia.
Quando mi rivide mi domand se mi era piaciuto sentirla cantare; pareva che l'avesse fatto per me.
Io le dissi che ero tanto contento di saperla allegra; ma zia Carlotta, che ci ascoltava, con il suo solito tono cupo e spiacevole ci disse che eravamo dei pazzi ad essere allegri; presto saremmo stati tutti sul lastrico.
Quando si  per la scesa si va fino in fondo.
Sapeva tutti i proverbi pi tristi e li citava sempre a proposito; era impossibile darle torto ma non si poteva amarla.
Alba mi stava molto vicina in quei giorni, pareva avesse qualche cosa da chiedermi ma che non osasse farlo; cos m'accorsi che nonostante la sua allegria apparente era inquieta e triste; le sue guance non tornavano colorite e il suo corpo sottile aveva appena dei tenui guizzi dentro le lunghissime vesti.
Ma di sera quando la ingrata luce del giorno invernale cedeva il posto alle ombre e regnavano nella casa le fiamme vive delle lucerne e del fuoco, le mura che ci difendevano dalle tenebre e dal freddo parevano di una infrangibile solidit.
Il pastore sepolto era in cantina; me l'aveva detto Alba, era su un doglio di pietra viva che gli faceva da piedistallo; cos bianco com'era, si vedeva anche nell'ombra.
Non ebbi il coraggio di domandarle se aveva sempre quel dolcissimo sorriso che gli avevo visto la prima notte che era tornato alla luce; ma da Alba non attendevo la conferma della mia profonda credenza in quel suo sorriso antico e benevolo da cui veniva forse quella poca gioia che animava le nostre lunghe veglie intorno al camino.
Alba una sera sal nella mia stanza; io avevo un po' freddo e forse un po' di febbre; fece portare del fuoco e si sedette accanto al mio letto taciturna. Non sapevo perch fosse venuta; io non avevo voglia di interrogarla, mi dispiaceva vedere il suo viso contratto e gli occhi pieni di lacrime. Amavo pensare che le piacesse stare con me, che la mia salute la preoccupasse e che fosse inquieta per le cose che mi riguardavano. Mi godevo il tepore del letto, il dolce gricciore della piccola febbre e la sogguardavo con gli occhi semichiusi; vedevo il suo fragile profilo di cera e le sue lunghe mani immobili sul grembo. Mi addormentai protetto dalla sua immagine e dormii profondamente fino al mattino.
Col disgelo incominciarono i giorni veramente tristi; il cielo si copr di nuvole basse e nebbiose che quasi premevano sulla terra; dal mare veniva il vento caldo che scioglieva le nevi, dalle gronde gocciava la pioggia e la terra era un mare di fango.
Il nonno part con mio padre, stette fuori due giorni e torn tetro e abbattuto. Il giorno dopo vennero i contadini di Santa Maria in Civita a fare il conteggio per le semine e gli animali.
Vennero a cercarlo in cucina; si misero a sedere senza esserne invitati. Mi parve che in tutto il loro contegno ci fosse qualcosa d'insolito e irriverente; scoprivo in loro i segni della nostra disgrazia come m'era accaduto quindici giorni prima nelle mie gite solitarie per il paese.
Dopo quella sera altri contadini vennero e tutti per l'ultima volta; la nostra casa perdeva le sue radici, la mala sorte le recideva ad una ad una.
I segni concreti dell'antico benessere non vennero meno subito ed io avrei potuto pensare alla mia salute che ormai si confermava cagionevole e incerta come quella del babbo, ma non mi riusciva di togliermi dall'anima il pensiero che angustiava tutti i miei.
La casa ormai tremava dalle fondamenta; tutti pareva avessero mutato le loro abitudini, pareva che tutti inconsciamente si preparassero ad una nuova vita. Il debito pareva dovesse divorare tutto, le terre si vendevano per nulla, c'erano delle aste che andavano deserte e il nonno avrebbe potuto, se avesse avuto un po' di denaro, riprendere facilmente le sue terre. Ma non aveva denaro, nessuno aveva denaro, pareva che tutta quella buona terra dovesse coprirsi di gramigna e di locuste.
In tanta confusione e tristezza l'unico a rimanere tranquillo era lo zio Michele; si alzava all'alba aiutato da zia Carlotta e da Luigia e si metteva a scrivere; ogni tanto il suo campanello squillava ed io ed Albamaria accorrevamo al suo richiamo.
Ma non avevamo voglia di ridere; la cornacchia che conosceva da anni le nostre abitudini ci seguiva gracchiando per un tratto ma poi vedendo che noi non ci occupavamo di lei si fermava perplessa un momento e tornava indietro.
Lo zio Michele, massime al mattino, era disposto a chiacchierare e ci chiedeva notizie di quello che avveniva; noi per non angustiarlo evitavamo di narrargli tutte le nostre disgrazie e lui sorrideva benevolo e modesto richiamandoci alle sue predizioni. Lui sapeva che tutto sarebbe andato per il meglio, che presto sarebbero tornati i tempi buoni per tutti, che nulla di spiacevole poteva accadere.
Il mucchio delle carte che egli quotidianamente riempiva da innumerevoli anni della sua minuta scrittura cresceva sempre. La sua destra deformata dalla chiragra era un cartoccio che poteva esattamente stringere la penna e niente altro. Compiva il suo lavoro con una sorridente e tranquilla soddisfazione, lamentandosi puerilmente di tanto in tanto per i suoi dolori.
Nel pomeriggio dopo il pasto, cadeva in uno stato di sonnolenza che gli durava fino alla sera; erano i momenti in cui immaginava cose strane e diceva frasi in apparenza incoerenti; quando si svegliava il suo discorso cambiava tono; pareva che fosse stato lunghe ore in rapporto con immagini e pensieri misteriosi che riempivano la sua mente di rumori e presagi e davano al suo discorso un tono profetico.
Pareva che noi vivessimo in un mondo diverso dal suo, inesplicabile e buio, mentre lui a contatto con la serena e illuminata sfera delle sue antiche meditazioni poteva guardare con il suo dolce, sapiente sorriso tutta la serie presente e futura dei nostri errori.
Io e Albamaria gli rimanevamo vicino delle ore ad ascoltarlo, incantati dalle sue parole. Quando taceva e si lamentava per i dolori atroci che gli attanagliavano il piccolo corpo, noi pativamo con lui e attendevamo, muti, che il suo lamento bambinesco cessasse.
Alle fitte pi dolorose succedevano momenti di calma e il suo viso rugoso e gentile tornava ad illuminarsi come se i dolori, prima patiti, fossero un passeggero inganno della sua vecchia carne.
Un giorno capitammo da lui che sonnecchiava raccolto e calmo col capo chino su una spalla; svegliandosi ebbe un sorriso furbesco e ci chiam vicini perch voleva parlarci sottovoce; si preparava a rivelarci un segreto.
Voi, disse rivolgendosi specialmente a me, credete che il sogno del nonno fosse falso perch non avete trovato il denaro. Il denaro c'era nella cappella e voi lo avete portato via; l'avete portato via e non lo sapete.
Io ascoltavo incredulo il suo discorso; sapevamo che valore dare ai suoi sogni; per questo guardai Alba sorridendo e ammiccando. Ma lei non rispose al mio sorriso e disse con una certa ansia nella voce:
Di', zio Michele; dov' il denaro?
Tutto oro, continu lo zio, tutto oro; la statua del pastore  vuota; dentro,  tutta oro.
Alba usciva di notte; una volta il cancello cigol ed io la vidi; il cielo era chiaro per la luna nascente. Igino doveva essere in ritardo perch lo vidi mentre scavalcava la siepe. Tenni il viso incollato ai vetri freddi della finestra tutto il tempo che dur il loro incontro e mi pareva veder muovere il gruppo di lentischi che li ospitava; ebbi un moto subitaneo di collera, aprii la finestra e presi un piccolo vaso di terracotta che era sul davanzale per lanciarlo lontano contro la siepe. Ma mi accorsi che le mie piccole forze non sarebbero bastate. Richiusi la finestra e tornai a letto. Per tutto il periodo che la luna crebbe mi svegliai sempre alla stessa ora, come avessi nella mente un prodigioso avvertimento dei loro incontri; ma non mi affacciai pi; attendevo che accadesse qualche cosa; doveva accadere e io avrei avuto prossimamente terribili dolori; per molto tempo il Signore non mi avrebbe aiutato.
Una sera Alba mi disse:
Sono stata in cantina; ho provato a muovere il pastore sepolto; ho sentito un rumore di metallo; dentro  certamente pieno di oro. Pi tardi ti vengo a chiamare e tu vieni con me a vedere.
Mi rifiutai di farlo; Albamaria aveva le gote accese e gli occhi brillanti; era inquieta ed esaltata; la sua bocca pallida da tanti giorni era tornata morbida e vivida.
Vedo che tu non ci credi, aggiunse, o fai finta di non credere perch non mi vuoi aiutare. Tu devi venire con me stanotte. Dimmi che verrai.
Io non rispondevo, pensavo con terrore a quello che Albamaria voleva fare; il suo sguardo cos scintillante m'inquietava. Mi pareva di vederle agli angoli degli occhi un che di insolito e perverso.
"Mi tenta, mi tenta" pensavo ed esitavo a rispondere.
Ma lei riprese facendomi una rapida smaniosa carezza sulla testa:
A mezzanotte, quando tutti dormono, vengo a chiamarti io.
Parlava con voce rotta, implorante come se tutto il suo destino dipendesse da me.
Non ebbi il tempo di farle esplicitamente la mia promessa perch sopraggiunse il nonno. Il viso di Alba torn quieto e liscio come se nulla l'angustiasse ed io mi pentii di essere stato cos ingiusto nel giudicarla.
Il nonno ci guard appena e poi si mise a passeggiare per la cucina. Passeggiava e sospirava; la lunga persona era da qualche giorno leggermente curva e la barba meno curata. Noi attendevamo che parlasse ma egli continu a sospirare senza pettinarsi la barba con le dita.
Naturalmente non andai a letto; mi misi ad attendere Albamaria tentando di leggere le orazioni della sera. Sapevo che Alba non si sarebbe incontrata quella sera con Igino e la finestra che dava nell'orto non mi inquietava; forse tra poco la luna avrebbe battuto sui vetri e avrebbe potuto vegliare un mio sonno calmo e abbandonato.
In questi vaghi pensieri la mia testa si smarriva e il libro mi scivolava dalle mani; un'immaginetta di S. Antonio caduta nella brace si consumava; nel breve sonno sentivo odore d'inferno e vedevo Albamaria con ali nere e piedi biforcuti; ma il fumo mi diede la tosse e mi svegliai nel gran silenzio della casa addormentata. In un primo momento mi chiesi perch fossi fuori del letto a quell'ora; poi mi ricordai del pastore sepolto e di Alba che voleva portarmi a vederlo per accertarsi se aveva oro nell'interno. Io non sarei andato ma mi piaceva di attender Albamaria a mezzanotte; Albamaria sgusciata dal letto tiepido per venire da me a pregarmi smaniosa con la mano sui miei capelli perch andassi con lei. Ma non sarei andato, a costo di farla piangere; il pastore sepolto non si poteva toccare altrimenti sarebbe crollata la casa.
Sentii l'orologio a pesi delle scale scaricarsi rugginoso per battere le ore; mi parve ne battesse dodici. Albamaria entr all'improvviso; mi prese per mano ed io la seguii.
Aveva il passo leggero di un uccello ed io facevo forse troppo rumore con le mie scarpe.
Scendemmo con cautela la prima rampa, arrivati al pianerottolo vedemmo una breve luce filtrare dalla camera dello zio Michele; ci fermammo col fiato sospeso temendo che suonasse il campanello che avrebbe empito di squilli terribili tutte le ombre; invece udimmo il raschio minuto della sua penna sulla ruvida carta e la sua tossetta di gola breve e secca.
Riprendemmo la strada, scendemmo la seconda rampa tenendoci stretti per non cadere; Alba trasse di sotto al mantello la grossa chiave ed apr.
L'aria fredda che ci venne incontro all'improvviso ci fece tremare; la mia compagna, come se le tenebre fitte del luogo non esistessero per i suoi occhi, introdusse le mani in una nicchia che era accanto all'ingresso, ne prese una lanterna, poi trasse un fiammifero da una tasca, lo strofin contro il muro e accese lo stoppino.
Incominciammo a scendere la scala e i cumuli di ombra si addensarono nel fondo e agli angoli, lasciando un piccolo varco alla tenue luce.
Raggiunto il piano Albamaria mi disse sottovoce:
Attento al pozzo.
Ma io conoscevo esattamente il luogo e cercavo con occhi impazienti il doglio su cui era collocato il pastore di pietra.
Emerse ad un tratto dalla tenebra. La luce scopr appena il suo corpo innocente e candido. Nitidamente vidi prima la testa fiduciosa dell'agnello china sulla sua spalla e poi il capo ricciuto del pastore.
Presi la lanterna dalle mani di Alba e gli illuminai la faccia; il tenero riso rinacque sulla sua bocca.
Alba mi guardava attendendo che facessi qualche cosa.
Che vuoi fare Alba? le chiesi.
Ella si avvicin al pastore, mont con un salto sul doglio, poi prese la statua per le spalle e tent di scuoterla.
Senti il rumore? mi chiese sottovoce.
Io non avevo sentito nulla.
Non puoi sentire cos lontano, mi disse con voce lagrimosa, io sento benissimo. E fece ancora leggermente dondolare il pastore che si prest al gioco col suo mirabile, gentile sorriso.
Monta, mi disse Alba con tono imperioso, monta. Ed io montai.
Aiutami a scuoterlo,  pesante sai, muoviamolo forte e sentirai meglio.
Congiungemmo le nostre mani sulle spalle del pastore ed io sentii le sue dita brucianti sulle mie.
Mentre lo muovi metti l'orecchio sul collo qui, come me, mi fece Alba; ed io chinai la testa ed ebbi prossimo alla mia bocca il suo respiro.
Su muovi, muovi.
Ero debolissimo e non riuscivo a fare lo sforzo.
Devi fare pi forte, implorava Alba, pi forte, e le sue parole mi palpitavano sulla bocca tremante. Senti ora? Devi sentire il rumore; non puoi non sentirlo.
Ed io sentii il rumore dell'oro.
Sento tutto Alba, le dissi e sollevai la testa perch le tempie mi battevano a martello.
Rimani l, ordin lei e balz dal doglio. And in un angolo, si chin e torn indietro con una mazzuola da muratore. Me la mise in mano e disse prentoria:
Ora bisogna romperlo.
Respinsi inorridito il martello.
Hai paura?
 peccato Alba; tu non lo sai, ma il Pastore  Ges Cristo.
Non  vero. Tu sei bugiardo. Ges Cristo  sulla croce; non  crocefisso; per questo ci hanno messo il denaro dentro.
Tu non puoi saperlo Alba; io non ho sentito niente, non c' niente dentro.  peccato Alba, un terribile peccato.
Tieni, insistette lei, e mi mise la mazzuola in mano. I suoi occhi erano luccicanti e fosforici e mi guardavano con una perfidia da vipera.
Tieni; picchia forte alla testa; intanto io lo reggo alla base.
Presi il martello e avventai un colpo che mi parve tremendo, alla testa del pastore.
Il martello mi sfugg dalle mani ed io sentii un grido acutissimo di Albamaria; ebbe tempo di mostrarmi una mano sanguinante e poi si pieg sulla terra umida.
Nella furia dello scendere diedi un calcio alla lanterna che rotol al suolo e si spense. Non avevo capito che era successo; il colpo lo avevo vibrato con gli occhi chiusi; forse avevo ammazzato Alba.
La cercai a tentoni e trovai le sue vesti; poi un po' di luna che incominciava a filtrare da un alto lucernaio mi rilev il suo viso spento.
Incominciai a chiamarla piangendo ma senza lagrime; avevo la voce rotta e la lingua incollata al palato.
Alba aveva sempre gli occhi chiusi e non rispondeva; accanto alla sua, la testa del pastore spiccata dal busto aveva la stessa marmorea immobilit. Io nascosi la faccia sul petto di Albamaria e attesi che la casa crollasse.
Ma Albamaria ebbe prima un po' d'affanno; il suo cuore palpit contro la mia guancia; poi si svegli.
L'aiutai a sedersi e lei mi disse stancamente:
Grazie, poi mi mostr il dito ferito e si lament come una bambina per il dolore; io succhiai il suo dito per farla guarire e Albamaria cess di gemere. La fasciai con un fazzoletto e poi volli andare a riaccendere la lanterna. Alba mi trattenne e mi disse:
Non accendere, ci si vede abbastanza, c' la luna; si vede anche, aggiunse con un doloroso sorriso, che nella statua non c' niente, e mi indic il busto del pastore decollato che si mostrava pieno e compatto dove la testa era stata spiccata.
Non c' nulla, riprese Alba, e io avevo creduto che ci fosse. Era la mia ultima speranza; avevo tanto bisogno di denaro. Non volevo che lui mi prendesse come una pezzente.
Vai con lui? cos?
Cos.
Poi Alba tent d'alzarsi e mi disse:
Aiutami, mi sento male.
Ci avviammo; io la sorreggevo alla vita; lei si appoggiava alla mia spalla e procedevamo lentamente nell'ombra appena sfiorata dalla poca luce della luna.
Ma fuori della cantina trovammo il buio fitto che avevamo lasciato; le scale le facemmo lentissimamente.
Avevo l'impressione che la casa durante la nostra assenza fosse divenuta pi triste, che chiudesse un nuovo avvenimento doloroso nella prigione del suo buio notturno. Alba mi gravava sul braccio col suo corpo stanco; camminava esitando come sentisse anche lei l'insidia del silenzio.
Arrivati sul pianerottolo vedemmo ancora la luce filtrare sotto l'uscio dello zio Michele e trattenemmo il respiro per udire il raspo della sua penna sulla carta; ma non udimmo nulla.
Alba si allontan da me con disperata energia. Corse all'uscio dello zio Michele e lo spalanc.
Lo zio aveva la testa rovesciata sulla spalliera, le palpebre affondate nell'orbita e la bocca semiaperta. La mano stecchita reggeva ancora la penna che aveva macchiato la pagina bianca.
Albamaria soffi sulla lampada, poi mi prese per mano e fuggimmo.
Riparammo in camera mia e Alba si stese sul mio letto; io la udivo singhiozzare disperata e non osavo dirle nulla. Non avevo nulla da dirle, capivo che tutto era finito e che sarebbe stato terribile vivere ancora.
...
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...
Fine.
...
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...
GIUSTINO D'ARIENZO.
...
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...
Sapeva confusamente prima d'entrarvi i caratteri del luogo dove si preparava a vivere per coltivare i suoi poveri studi e alimentare le sue malinconiche speranze.
Aveva lasciato fuori gli ultimi riflessi del tramonto di aprile; nell'atrio il sole scomparve, Giustino D'Arienzo pens a improvvise nuvole che avessero macchiato il cielo purissimo di primavera.
Ma quando fu nell'ampio corridoio del primo piano ritrov il fulgore morente del sole sulla vetrata del fondo; Giordano Bruno prendeva, in quel gioco di luci, tinte vagamente infernali.
Cammin cauto incontro alla luce calante a occhi socchiusi per difendersi dai bagliori e raggiunse la statua che lo accolse a sorriso spento, nella luce del cielo che gi imbruniva. Un signore magro vestito con un abito a falde spunt da destra a piccoli passi frettolosi, e raccolse un pezzo di carta che giaceva sul pavimento lucido, come una farfalla morta, e lo lacer in minutissimi pezzi che si cacci in una tasca della giamberga.
Giustino D'Arienzo?
Lo interpell cos passandogli accanto, guardandolo furbescamente a capo chino, appena volgendo gli occhi verso di lui; con l'indice gli fece un movimento a becco di uccello, puerile e perentorio, sempre continuando a camminare. Giustino ubbid e il signore in nero seguit a invitarlo, a braccio teso dietro la schiena con quel movimento dell'indice a uncino. Entrarono in una grande stanza a parati rossi con tendaggi dello stesso colore alle due finestre; l'ambiente era mobiliato con massicci mobili di stile anonimo e tetro.
Il signore in nero sempre volgendo le spalle a Giustino prese una falda della giacca nella mano sinistra e con l'altra incominci a vuotare la tasca piena di pezzetti della carta evidentemente raccolta nel suo giro d'ispezione.
Buttano tanta carta, disse, carta bianca, carta non scritta: non sono mai riuscito a capire perch. Voi ve lo spiegate?
Ora s'era appoggiato con le mani alla scrivania rimanendo in piedi come si preparasse a pronunziare un discorso, invece dopo aver lanciato quella inutile domanda a Giustino D'Arienzo, non disse altro; tent solo una risata, cordiale nell'intenzione, che gli arricci le folte sopracciglia, i peli della barbetta bianca, senza riuscire ad esprimersi in suono.
Fu come un accorrere frettoloso di piccole vibrazioni di tutto il viso, di tutte le rughe, di tutti i peli, verso la bocca per stimolare a schiudersi le labbra severamente serrate.
Si sedette e lo invit a sedere: il suo volto torn pi liscio ma Giustino s'accorse che quel curioso tentativo di riso era inerente alla sua espressione abituale.
Cos, voi siete nipote del dottor Rainelli: il quale, bont sua, dopo quarant'anni si ricorda di me. Che memoria ha certa gente! Eravamo compagni di studi, riprese a voce leggermente pi alta, e il suo tono divenne, dopo l'evidente sarcasmo delle prime frasi, pi bonario ed anonimo, giovani, eravamo giovani, begli anni quelli!
Poi si arrest come colpito dalla propria voce:
Si dice belli, ma forse poi non  vero; si dice cos per pigrizia, la maggior parte delle nostre parole sono parole pigre e la pigrizia  insincerit; per lo meno mancanza di chiarezza. Le parole sincere sono parole di scavo, quelle false di superficie. Ci avete mai pensato voi? Pensateci.
Giustino D'Arienzo non rispondeva. Cercava d'inserirsi nel discorso con una parola esatta, ma non gli riusciva di prevedere quello che il suo interlocutore avrebbe gradito. Siccome l'altro taceva e lacerava minutissimamente un pezzo di carta che aveva pescato tra un mucchio di libri che erano sulla scrivania, pens che non lo aveva ancora ringraziato di averlo assunto:
Grazie, disse, dal profondo del cuore, vi sono grato.
Il rettore lo guard allarmato, e come volesse evitare qualche cosa di molto spiacevole gli fece un gesto perch tacesse. La stanza era quasi buia; sui vetri della finestra che i grandi tendaggi quasi escludevano dalla vista, la sera andava facendosi cupa.
Giustino interpret il gesto come manifestazione di generosa modestia e rincalz con voce querula:
Sono venuto per studiare, studiare e lavorare, sono povero, tanto povero.
Il rettore accese la luce di scatto e mostr a Giustino il suo volto ancora arricciato da un tentativo di riso.
Perch si studia quando si  poveri? Si studia, si studia e si rimane poveri; poveri e malvagi. I poveri devono essere buoni, perch sono tanti; la moltitudine malvagia sarebbe terribile.
Pareva parlasse a se stesso e diceva le parole rapidamente a voce bassissima come volesse tenere segrete le sue improvvise meditazioni.
Giustino lo guardava un po' sgomento e sentiva che non era opportuno piangere. Allora fece il tentativo di alzarsi.
Prego, rimanete ancora un istante. Il rettore apr il cassetto ne prese un opuscolo e glielo diede. Leggetelo, non l'ho compilato io, ma lo approvo pienamente, per il resto faccio appello al vostro intuito; cercate di prendere delle abitudini, meccanizzatevi:  un segreto per vivere a lungo. Esprimetevi con il minor numero di parole possibile; le parole sono la cosa. I poveri istruiti hanno molte parole e poche cose; di qui lo squilibrio. I vocabolari sono i veri manifesti della rivoluzione sociale. Potete riferire a quanto vi ho detto prima.
Io veramente, disse Giustino, mi propongo di essere buono, e tent di mostrargli il bel viso pieno di onesta mansuetudine.
Il rettore aggrott le ciglia un attimo e i suoi occhi biancastri e miopi ebbero un fuggente sorriso pieno di malizia bonaria. Il suo tono divent di nuovo anonimo:
Spero che qui vi troverete bene, avrete dei compagni, forse degli amici. Ora vi faccio accompagnare.
Suon un campanello e comparve Mathieu.
Io sono Mathieu, gli disse costui stringendogli la mano: quando furono fuori della vista del rettore divenne affabile. In presenza del suo superiore era stato corretto con candida ipocrisia che era parsa evidente anche al non perspicace Giustino. Il giovine si attendeva la stretta di mano e la loquacit confidenziale di Mathieu:
Io sono grasso ma non sto bene in salute; guardate i miei occhi, e lo costrinse ad andare sotto una lampada nel corridoio, sono occhi gonfi. I reni, ripet, i reni. Il colorito v'inganna; qui dentro inganna tutti, quando bevo non c' nessuno che possa starmi a paro e la gente crede che per me bere sia una festa. Nessuno sa che la notte soffro. Nessuno si occupa delle sofferenze notturne, tanto pi che io non ne parlo. E non per diffidenza, intendiamoci. Qui dentro non ci sono che gentiluomini, degni del massimo rispetto; ma come dirvi?  il ritegno che mi porta a tacere. A proposito: voi amate la lettura? bene; devo offrirvi un libro d'occasione; accaparratelo subito perch me lo chiedono in molti. Due lire, datemi due lire. Possono bastare. Grazie.
Giustino lo aveva ascoltato senza dire una parola e gli aveva messo in mano la moneta frettolosamente per impedirgli di dire ancora vergognose bugie.
L'altro riprese:
Mathieu; il mio nome non vi dice nulla? Mathieu de Counambert: avrete sentito nominare i Mathieu di Counambert. Questo non ha nessuna importanza: siamo italiani da cinque generazioni e in questi tempi cos "sociali" mi faccio chiamare solamente Mathieu.
Erano arrivati: Mathieu apr un uscio, entr e fece entrare Giustino: accese la luce e disse:
Io amo la luce: non trovate che i corridoi sono male illuminati?. Ora Giustino ebbe modo di vederlo meglio. Aveva viso tondo, acceso, grosse labbra sanguigne ed era cascante e corpulento.
Qui starete benissimo: il vostro letto  quello a destra l'altro  occupato da Amelia.
Si mise a ridere con uno squitto pastoso e fanciullesco.
C'eravate cascato; Amelia eh? ma il signor Amelia. Vostro collega. Abbiamo anche, il signor Merola e il signor Pecora. Sono nell'altra stanza.
Giustino si rese conto del suo dovere di ridere ma non gli riusc: guard il suo interlocutore con lento sguardo di modesta tristezza e quello gli batt sulla spalla la sua mano grassa
Sento che saremo amici: io sono vecchio ma meno di quello che sembra, non guardate i miei capelli grigi. I capelli sono pi vecchi del mio cuore. Detto bene? Ora me ne vado. Si pranza alle otto, sentirete la campana. Verr a prendervi. A pi tardi.
Accenn un inchino, con intenzione di festevole grazia ma rischi di cadere e si allontan con un gesto di rimprovero e di compatimento per la sua goffaggine.
Giustino si mise a sedere sul suo letto e volse uno sguardo apatico e stanco sulle pareti della stanzuccia. Aveva intorno un silenzio senza sussurri: fuori la notte doveva essere placida, senza fiato di vento. Pens al grande sole che lo aveva accompagnato nel suo viaggio, all'aria profumata, alla campagna gioconda che aveva goduta dal finestrino del treno, al clamore festoso della gente per le vie della piccola citt.
Ora avrebbe desiderato che ci fosse stato cielo buio e immobile e gente seria e uniforme. Aveva predisposto da tanti giorni la sua anima a un atteggiamento di severa pazienza e gli sarebbe piaciuto che tutto si armonizzasse nel suo malinconico proposito. Pensava di avere davanti a s alcuni anni di pena e desiderava che il cielo e gli uomini gli vietassero di esser felice.
Ud un passo nel breve corridoio e la porta si apr. Entr un giovane di qualche anno pi anziano di lui, magro e alto col collo chiuso in un colletto altissimo. Aveva viso pallido sparso di foruncoli rossastri, occhiali grandi su piccoli occhi perversi; un'aria gi esperta e stanca di uomo che abbia fatto soffrire molta gente.
Lo salut, si tolse il cappello e gli and a stringere la mano; poi si avvicin a un tavolo e incominci a pettinarsi i capelli folti che portava piegati all'indietro. Pareva volesse liberare la fronte molto spaziosa e invest con una occhiata di disprezzo Giustino; poi disse:
Tu ti chiami D'Arienzo; tu sai che io sono Amelia. Mi ha detto tutto Mathieu; mi ha detto anche che sei molto serio: questo mi fa piacere.
Io ho parlato appena con Mathieu; gli ho detto solo qualche parola. Non so come faccia a pensare...
Mathieu non capisce assolutamente niente:  un vecchio ubriacone che si d delle arie. So che hai visto Socrate.
Giustino comprese che Socrate era il rettore e disse ridendo:
L'ho visto: strano, che strano.
L'altro si accorse del vanitoso disprezzo che c'era in quella parola, e rispose:
Perch strano? Io non trovo.
Giustino aggiunse timoroso:
Strano, ma simpatico,
Simpatico? Come fai a dirlo? pensa all'etimo della parola: sai il greco?
Giustino arross e confess di non sapere il greco.
Ma che razza di studi hai fatto?
Io non ho finito di studiare: io mi propongo... azzard timidamente Giustino.
Non ti proporre niente, tanto qui non ti riuscir di concludere un accidente. E poi a che serve? Qui ci sono duecento persone che studiano;  una cosa che fa nausea. In certi momenti della giornata tutte insieme imparano a memoria lo stesso verso. Socrate dice che cercano l'equilibrio della stupidit. Socrate dice delle cose impressionanti certe volte. A proposito, tu leggi la sera?
No, ma posso prendere l'abitudine se vuoi.
Non la prendere. Io non leggo assolutamente nulla; n di giorno n di notte; mi disinfetto.
Giustino sorrise amichevolmente e mormor conciliante:
Avrai bisogno di riposo.
L'altro lo guardava con un pungente sguardo di cui Giustino non si accorse, tanto che, molto soddisfatto dell'attenzione di Amelia, azzard con tono quasi cattedratico:
Ci sono i tossici della mente e quelli del corpo. Poi si rese conto del valore forse offensivo delle parole e si perdette in un garbuglio di spiegazioni.
Dico tossici per scherzare, naturalmente: io sono di natura qualche volta scherzosa, direi, ma i libri che hai letti saranno libri difficili, e il difficile sottopone il cervello.... L'altro taceva e lo guardava fisso.
Non dico difficili per la tua intelligenza, ma difficili in s, perci nocivi quel tanto. Dico bene?
Qui squill la campana per il pranzo e Amelia disse:
Andiamo, t'insegno la strada.
Nel buio Giustino svolgeva nella sua mente gli avvenimenti del giorno o per lo meno tentava di farlo. Si accorse che non era facile raccogliersi perch il suo pensiero tendeva ad escludere le nuove immagini e la nuova gente; quel tono dominante della sua anima che per tanti mesi gli aveva fatto affettuosa compagnia rimaneva intatto reso inquieto, appena, da quella sua prima serata di collegio che gli annunziava difficili ore. Amelia dormiva gi: pareva avesse fatto un patto con le tenebre; appena spenta la luce il suo respiro era divenuto ritmico e placido. S'era messo a letto dopo essersi spogliato con rapidit e decisione; s'era unto il viso di crema, s'era pettinato, s'era passato un batuffolo intriso di alcole sul collo e dietro gli orecchi. Era di corpo piatto e legnoso: di una solidit compiuta come se il tempo non potesse pi operare modificazioni sulla sua pelle.
Giustino, ora sentiva l'odore della crema e dell'alcole, un sentore di abitudini diverse dalle sue: astratto ed anonimo, e gli pareva strano che si potesse riferirlo ad una voce di uomo determinato che aveva un altezzoso atteggiamento verso i suoi simili come se conoscesse per antichissima esperienza la miseria morale di ognuno.
Giustino entr dopo molto tempo in un sonno inquieto in cui le passate immagini della sua vita al villaggio si mischiarono a quelle pi recenti e confuse della sera prima.
Amelia, quando Giustino si svegli, era gi vestito e fumava una sigaretta. Gli pass senza parlare un foglio. Giustino percorse una lista di nomi e vi trov il suo con accanto l'indicazione alle diciassette 3 squadra. Poi Amelia si allontan. Nella stanza accanto ud rumore di risa: una voce accenn una canzone ma senza impegno; di fuori scrosciava la pioggia.
Giustino vide una lista di cielo nero dalla finestra che dava sul cortile e ne fu contento. Era di aprile e sarebbe presto tornato il sole, ma quella pioggia mattinale che richiamava alla mente l'uniformit dei giorni laboriosi che egli voleva vivere gli fece bene al cuore.
Amelia s'affacci un attimo e disse:
Quando sei pronto andiamo da Socrate.
Dopo un attimo Amelia ritorn accompagnato da Pecora, poi venne anche Merola. Pecora era un giovane pallido e grasso piuttosto sudicio, con i denti guasti e gli occhi stanchi; Merola era aitante e di colorito sanguigno. Merola si mise a sedere sul letto disfatto di Amelia e riprese a canticchiare. Amelia incoll il viso ai vetri rigati dalla pioggia e stette immobile qualche istante. Giustino gli attribu difficili ed acerbi pensieri. Pecora leggiucchiava sfogliandoli stancamente i libri di Giustino; a un tratto gli disse:
Andiamo tutte le mattine a rapporto da Socrate. Noi non abbiamo nulla da dirgli quando non facciamo supplenza. Io, ieri, non ho fatto nulla. Tu stasera sei gi di servizio,  vero?
Giustino s'annodava la cravatta con dita impacciate e rispondeva a monosillabi alle domande del compagno.
Amelia si volt di scatto e disse:
Ecco, ora ricordo. Si mise una mano in tasca e l'altra la tese con una vibrazione commossa verso un invisibile uditorio; esclam con voce rotonda, carica di passione:
Signori giurati, Leone Tolstoi, il patriarca multanime, nega all'uomo il diritto di giudicare dell'uomo, signori giurati...
Bella non c' che dire, ma senti questa, disse Merola levandosi in piedi e modulando graziosamente la voce:
A diciotto anni le festose campane di giovinezza squillano nell'anima e vi mandano il tripudio dell'amore, l'incanto delle speranze.
Pecora allung le grosse labbra pallide e fece un bercio lungo malinconico, irritante. Merola ridendo con improvvisa gaiezza lo sollev di peso e lo butt sul letto di Amelia: Amelia con calma seriet mentre i due ruzzavano prese le materasse e i cuscini dell'altro letto e li seppell; poi mont sopra il mucchio con un salto agilissimo. I due con uno sforzo congiunto scossero la soma e mandarono a gambe all'aria Amelia e le materasse. Giustino rideva con un riso allarmato, a singulti, e fece un balzo come per nascondersi quando ud un picchio alla porta.
Era Mathieu che mise la sua faccia rotonda fra i battenti socchiusi e disse:
Rapporto.
Si ricomposero frettolosamente e uscirono. Mathieu che trovarono nel corridoio si pose a lato di Giustino e gli fece molta festa: camminando gli spieg che Merola e Amelia studiavano legge ed erano giovani di grande avvenire.
Per Pecora si espresse in termini cortesi; ma era evidente che non aveva una grande opinione di lui.
Incontrarono davanti all'ingresso del rettore gli istitutori di squadra e il censore; altri sei uomini di varia et che accolsero Giustino con aperta indifferenza.
Nell'interno dell'ufficio del rettore si disposero in circolo. Socrate aveva un'aria scontenta e irritata. Strappava lentamente, minutamente un pezzo di carta, attentissimo a non farne cadere i frammenti sul pavimento. Ad un tratto disse con inflessione leggermente interrogativa:
Canale-Parola?
Canale-Parola lungo allampanato, macilento, s'inchin e rispose:
Niente signor rettore.
Speranza?
Un inchino e: Niente, signor rettore.
Non era accaduto niente. Anche a Giustino D'Arienzo non era accaduto niente. Allora Socrate disse lentamente:
Non abbiamo materia di discussione. Niente, vuol dire che gli studenti sono tutti vivi; nessuno vi ha insultato; nessuno  stato espulso dalle classi.  passata una giornata serena, e ora piove.
Nessuno rise. Solo Mathieu fece una piccola smorfia di omaggio.
Giustino D'Arienzo pass alcuni giorni inoperosi; aveva supplito solamente una sera nella squadra di Canale-Parola che non era tornato in tempo da Napoli dov'era andato per cambiare una lente ai suoi occhiali. Socrate s'era presentato alle sette in giro d'ispezione, aveva raccolto alcuni pezzi di carta, li aveva distrutti con la consueta flemmatica cura poi gli si era avvicinato.
Novit?
Giustino in piedi aveva detto timidamente:
Niente, signor rettore.
Dura la carica di Canale-Parola. Forse durer ancora tre o quattro giorni. Al quinto vi faranno piangere.
Io, mormor Giustino con la voce tremante, non piango mai, io spero di dimostrare la stessa energia del signor Canale-Parola.
Ma Canale-Parola non  energico,  solo un uomo taciturno e cattivo, e voi siete solo taciturno. La differenza  sostanziale. Vi persuade?
E se ne and.
La presenza del rettore era divenuta sgradevole per Giustino D'Arienzo: s'accorse che il vederlo lo inquietava profondamente; Merola ed Amelia passavano delle mezz'ore a canzonarlo con cattiveria. Giustino si difendeva debolmente tentando di mettere in mostra il suo buon cuore e la purezza delle sue intenzioni senza avvedersi che il suo era un modo di chiedere piet. Pecora stralunato e pallido rispondeva alle frecciate dei due con insulti plebei e con delle osservazioni pungenti sulla loro ignoranza; era un avversario in apparenza debole ma subdolo e freddo che colpiva con precisione.
Con Giustino Pecora ebbe un contegno vario e inquietante che non lo lasciava in riposo. Le prime volte egli aveva potuto credere che Pecora fosse vicino alla sua natura e gli aveva offerto la sua amicizia con la mancanza di pudore che hanno i malinconici. Pecora loquace e bizzarro e in apparenza affabile, aveva via via mostrato a Giustino una indifferenza di carattere e di condotta che escludeva quella confidente intimit che Giustino s'era ripromesso.
Nella prima mattina che furono tutti liberi i colleghi evitarono d'invitarlo a uscire con loro e Giustino dopo aver tentato di raccogliersi per studiare, usc furtivamente anche lui. Vag per le strade della piccola citt operosa, vide l'aspetto lieto della gente che attendeva alle sue faccende e se ne rallegr come di una promessa di gioia per il suo avvenire. Confortato dalla dolce stagione e dal mite aspetto degli uomini usc dalle mura e vag per la campagna fiorita, a lungo beandosi della sua solitudine, pensando ai suoi morti con una pacata malinconia come se, dopo tanti giorni tristi, solo in quella fulgida giornata avessero potuto rientrare quietamente in lui.
Si trov, seguitando il suo vagabondare, davanti a una grande villa, che aveva un cancello di ferro da cui partiva un viale largo disseminato di pietruzze rosse e azzurre che scintillavano al sole di maggio; il viale era contornato di aiuole di tenera erba che avevano al centro cespi di gerani e di rose.
Tutto il giardino odorava di odori misti di erba e di fieno: era rustico e gentile come la facciata dell'edifizio che si vedeva tra gli aranci e i cipressi. Giustino mise il capo fra le sbarre del cancello e per qualche istante si perdette in un sogno fanciullesco di felicit come se i suoi recenti dolori e i suoi propositi austeri fossero stati cancellati dalla sua anima per quella improvvisa visione.
I due cani da guardia fecero un balzo simultaneo verso Giustino e gli si avventarono contro ringhiando. Il giovane sorpreso arretr a furia, di qualche passo, e stette per cadere, e, a stento, col cuore ancora in subbuglio si allontan. Un uomo aveva visto la sua incantata attenzione e quel suo esagerato moto di paura e l'aveva guardato beffardo. Giustino pens che l'avesse preso per un mendicante e si chiese appenato se potesse averne l'aria tanto si sentiva umile e sfortunato. E, seguitando il cammino, mal gli riusc di riprendere il filo della sua beata fantasia e gli tornarono a folla nell'anima i tristi pensieri abituali e la necessit di essere forte e indifferente, di chiudersi in s per la lotta, e di rimandare in un vago e lontano avvenire i suoi programmi di modesto e dignitoso benessere. In Collegio, quando vi arriv, fu sorpreso dalla tetra penombra dell'interno. Era sorprendente il fatto che con quel gran sole della libera campagna i corridoi grigi e rossi continuassero ad essere cos ostilmente severi.
Rientr a passo stanco nella sua camera e trov che Pecora e Amelia erano gi tornati. Pecora leggeva e gli fece appena un cenno di saluto con la mano. Amelia si fregava il viso con un batuffolo di ovatta. Giustino si mise a sedere a gambe aperte e mani sulle ginocchia, in un'attitudine di contadino stanco.
Solo, incominci Amelia, siamo usciti soli, abitudini d'indipendenza.
Giustino sollev leggermente il capo e si accorse che Amelia l'aveva con lui.
Voi non mi avete invitato a venire: come dovevo fare? ma un'altra volta, aggiunse premuroso, verr.
Con noi?
Se vorrete, naturalmente, aggiunse Giustino intimorito dal disprezzo d'Amelia.
Digli un po' dove siamo stati, e poi giudicher: donne.
Pecora smise de leggere, lo guard per un attimo, poi si chin all'orecchio di Giustino e gli mormor qualche cosa a voce bassissima.
Come incantato della sua cattiveria rise a gola aperta, beffardo, guardando con gli occhietti miopi Amelia.
Giustino scoppi a ridere anche lui con un riso freddo e volontario. Il suo riso si spense con quello dell'altro; poi egli si mise a spiare di sottecchi Amelia sperando di vederlo arrossire.
Ma l'altro accese la sigaretta e si allontan fischiettando.
Pi tardi Giustino lo incontr per le scale e gli parve che fosse un po' triste; allora gli disse con amorevole gentilezza:
Scusa sai, si fa cos per ridere, per stare un po' allegri: che c' di male? in fondo siamo giovani,  la giovent direi.
Ma che cosa dici? fece l'altro. Questo a proposito di che?
Mathieu, Socrate, Amelia, Pecora, Sferra, Canale-Parola, e tutti gli altri che col passare dei giorni Giustino incontr erano ormai elementi della sua vita e lo inquietavano con la loro presenza perch erano tutti diversi l'uno dall'altro e Giustino doveva trovare parole esatte e il contegno conveniente per tutti. Gli pareva che ognuno di essi pensasse che Giustino era un ragazzo buono che aveva bisogno di studiare: ma tutti si divertivano ad essere diversi da quello che sarebbe stato necessario per la sua calma.
Giustino non trovava requie per i suoi pensieri e per il ritmo di vita che s'era prefisso: non aveva una camera, un tavolo solitario.
Un giorno Mathieu gli annunzi che Canale-Parola se ne andava e il rettore aveva assegnato a lui la squadra.
Sono felice di comunicarvi questa notizia, signor D'Arienzo:  un ottimo inizio; qui dentro per voi c' una carriera. Il signor rettore si esprime in termini, come dire? cos lusinghieri per voi. Gli altri, come dire? sono "volages", c'est le mot, volages. Volete imparare il francese, signor D'Arienzo? ve lo insegno io, vi coster pochissimo. Datemi un piccolo anticipo per la prima lezione. Ecco incominceremo domani.
Giustino entr nella sua camerata la sera stessa all'ora di studio. Erano i ragazzi pi piccoli di tutto il collegio. Quando egli entr rimasero in piedi qualche attimo a guardarlo curiosamente, poi si sedettero, ma continuarono ad osservarlo comunicandosi a bisbigli e a cenni le loro impressioni. Giustino lasci fare per qualche minuto con la speranza che smettessero: smisero infatti e ripresero il loro lavoro con una seria premura come volessero mostrargli di essere disciplinati per fargli piacere.
Pi tardi all'ora di ricreazione gli furono tutti intorno come passeri; se avessero osato lo avrebbero toccato e indotto ai loro giuochi. Gli facevano domande a folla, disparatissime, ciascuno volendo mettere in mostra il suo interesse preminente; era come se intuissero la confusione di Giustino e volessero subito distinguersi, avere un nome e una fisionomia perch egli li riconoscesse.
Il giovane ebbe un moto di mal repressa allegria e avrebbe voluto che i ragazzi non vedessero la sua gioia.
Ma qualcuno dov bisbigliare una parola divertente che Giustino non comprese; un gruppo rise e l'allegria si comunic a tutti: con un moto improvviso e inesplicabile tutti si allontanarono da lui e si sparsero per l'ampia stanza; alcuni cominciarono a pattinare sul pavimento di maioliche rosse come sul ghiaccio, accompagnando la loro pericolosa corsa con sibili e rumori che simulavano un motore.
Uno dei ragazzi mise all'improvviso il piede tra le gambe di un compagno che pattinava, lo fece cadere malamente e battere la fronte contro un banco. Giustino si precipit affannato a sollevarlo. Il ragazzo aveva un livido sul ciglio sinistro: Giustino lo prese fra le ginocchia e gli compresse un poco il gonfiore col fazzoletto; poi gli disse:
Ora ti faccio accompagnare in infermeria.
Tutti gli altri ragazzi si erano assiepati intorno e tacevano osservando la sua paterna premura nel curare Angrisani.
Ti hanno fatto cadere: come si chiama il compagno che ti ha dato lo sgambetto?
Angrisani fece un gesto d'indifferenza con le spalle e mormor:
Sono guarito; non mi fa male, e si svincol dalle sue braccia.
A Giustino non riusc di punire Masero che aveva dato lo sgambetto ad Angrisani: stava per stendere il suo rapporto ma questi lo preg con strano modo di non farlo.
Noi non riferiamo mai; la settimana scorsa anch'io ho fatto lo stesso scherzo a Masero.
Giustino chiese ad Angrisani:
Veramente non ti fa male?
Non pi: un piccolo bozzo, bozzo, bozzetto; si picchia il capo per farlo perfetto.
Il gruppo che si era formato intorno alla cattedra di Giustino scoppi a ridere e Chiarini, uno dei pi discoli, disse:
Fa sempre le poesie, Angrisani. Senti, digli quella della catacomba:  bella.
Angrisani alz la testa, si pass le dita nei capelli per fare la puerile caricatura a un poeta ispirato e recit:
Sta su Giordano Bruno
sta gi la catacomba
se arrivasse qualcuno
che sparasse una bomba
E poi? fece Giustino.
Poi? poi, pi niente.  tutta qui. Angrisani ebbe un sorriso sibillino curiosamente adulto.
Non le finisce mai le poesie: ne ha pi di cento; incomincia e poi basta.
Non  vero, rispose Angrisani. Quello l parla sempre male di me;  un "maldicente".
Giustino aveva seguito il breve dialogo e le bizzarre uscite di Angrisani con ingenua meraviglia. Il curioso tono perentorio del ragazzo gli aveva dato una specie di ribrezzo: ora lo veniva osservando e la sua partecipazione al gioco dei compagni gli pareva freddamente volontaria; era come se si adattasse per cortese condiscendenza a un modo di vita che gli era abitualmente estraneo. Nonostante la puerilit evidente dei versi che aveva ascoltato, sentiva in lui il fervore sotterraneo di inespresse fantasie; lo meravigliava poi la sciolta disinvoltura con la quale i compagni l'accoglievano nei loro giochi: gli pareva incredibile che potessero intendersi con lui.
Alcuni giorni dopo si accorse che la sua comunione con gli altri era precaria e che il ragazzo passava lunghe ore solo, taciturno.
Giustino si veniva via via assuefacendo alla sua nuova vita e trovava al mattino, quando i ragazzi erano a scuola, qualche ora di calma; gli era riuscito di riprendere qualche libro. Ma continuava a leggere senza metodo, seguendo momentanei impulsi, interessi fittizi, che accrescevano il suo disappunto. Si trovava a rimandare quotidianamente l'assolvimento dei compiti che s'era prefisso. La sera usciva a passeggio con i suoi ragazzi, rientrava, andava a pranzo poi a letto: la mattina vedeva Socrate che gli faceva sempre le solite domande e diceva, se di buon umore, delle amarognole spiritosaggini che entusiasmavano Amelia.
I suoi compagni dei primi giorni non si occupavano pi di lui, Giustino sapeva di aver trovato un posto esatto nel loro disprezzo, e siccome non sentiva rancore per loro, gli accadeva di compiacersi della sua nobilt d'animo. Mathieu lo andava a trovare di quando in quando e lo infastidiva con le sue richieste di piccoli prestiti e con la sua festosit malinconica; di pomeriggio era dignitosamente ubriaco e non si faceva vedere da nessuno.
La sera e la notte Giustino D'Arienzo viveva con i suoi ragazzi; la camerata e lo studio erano al primo piano, ricavati in un'ala lontana dell'antico convento. Vi si accedeva per una scala interna che li congiungeva con il resto dell'edifizio; la scala era stretta, ripida e male illuminata. I ragazzi di questa camerata si consideravano come indipendenti dal ritmo comune della vita del collegio; avevano acquistato un curioso spirito settario a cui Giustino cominci via via a partecipare.
Una sera Angrisani gli si avvicin e gli disse:
Voi lo sapete che la catacomba c' veramente?
Quale catacomba?
Quella che ho nominato io nella poesia.
E dov'?
Gi sotto il collegio;  inesplorata, ma arriva certamente fino all'Himalaja.
All'Himalaja? Giustino rise.
Non ridete; c' veramente. Io una volta sono arrivato fino all'ingresso. Tanti anni fa i grandi fecero una congiura per far saltare il collegio e si riunivano laggi di notte.
Giustino sent riparlare della catacomba; una sera di uragano l'ululato del vento pareva venisse di sotterra e Giulio Angrisani si alz dal suo letto e disse al compagno vicino che sentiva la marcia dei morti negli antri sotterranei. Si bisbigliarono la notizia dai lettini candidi e Giustino sent nel fondo della camerata gli angosciosi singhiozzi di alcuni ragazzi. Si alz anche lui, accese la luce e si mise a passeggiare tranquillamente nella corsia. Poi disse vedendo il luccicore improvviso d'un lampo:
Sentite? Viene dal cielo.
E il tuono scoppi fragoroso lontano, e si perdette nell'invisibile cielo. Angrisani si mise a ridere poi lo chiam con un cenno accanto al lettino e gli mormor all'orecchio:
Sono tutti vigliacchi.
Non pass molto tempo e Giustino D'Arienzo seppe che la villa presso la quale s'era fermato nella sua prima passeggiata solitaria per i campi apparteneva a Giulio Angrisani.
Egli pens al suo stato d'animo di quella stupenda mattina, ai cani che avevano interrotto il suo sogno, alla fortuita vicinanza con uno dei proprietari del luogo e fece il tentativo di mettere in rapporto queste curiose coincidenze per capirne il significato segreto. S'inizi da allora in lui quella curiosa abitudine che gl'intimi conobbero di combinare insignificanti avvenimenti quotidiani, ritenendoli oscuri segni di un arcano comando.
Rifiut pi volte gli insistenti inviti di Giulio Angrisani e di sua madre di recarsi a trascorrere il pomeriggio domenicale da loro; se si ascoltava dentro, scomparsa la tenue e deliziosa armonia della bella mattina, sentiva ingigantito il ringhio dei cani.
Naturalmente i suoi rifiuti erano cortesi e giustificati con bugie plausibili, pareva a Giustino; ma Giulio Angrisani comprendeva che il suo istitutore aveva delle personali e profonde ragioni per non accettare.
I giorni tristi di Angrisani, che erano anche i pi frequenti, erano riservati a Giustino. Il ragazzo gli si metteva accanto in tutte le ore libere ascoltandolo incantato. Giustino senza averne precisa coscienza, via via che i loro rapporti divenivano pi abituali era passato da un tono falso e goffamente scolastico ad un modo pi intimo e libero; gli accadeva di comunicare ad Angrisani alcuni dei suoi pensieri di adulto.
L'altro lo ascoltava con seriet concentrata e faceva le sue osservazioni assennate che rivelavano una inclinazione intermittente alla meditazione intorno a fatti estranei ordinariamente alla vita di un ragazzo.
Se Giustino in qualche giorno, preso all'improvviso da scrupolo per i suoi doveri, si occupava anche degli altri ragazzi e lo teneva lontano, Giulio diventava cupo. Si faceva pi macilento ed astratto come se l'impossibilit di entrare in rapporti con Giustino lo richiamasse a una sfera segreta di pensieri.
La sera, all'ora di studio, se lo sguardo del giovane trascorreva pacatamente sui banchi silenziosi, incontrava gli occhi amorevoli e imploranti di Giulio Angrisani.
Questi nei giorni in cui era socievole e si mischiava ai giochi dei compagni, diventava, a volte, aspro e ribelle alle esortazioni; la sua vivacit si faceva sfrenata al punto da esercitare un'influenza eccitante sui compagni che via via partecipavano della sua irrequietudine.
Si ribellava ai consigli, agli ammonimenti e cercava con offese taglienti per la debolezza degli altri ragazzi di infervorare il loro spirito di rivolta, come volesse mostrare a Giustino il suo improvviso odio. Il giovane seguiva con animo perplesso lo scatenarsi di questa furia temendo che accadesse qualche terribile disgrazia che inducesse Socrate a metterlo sul lastrico. Allora si aggirava tra i gruppi ammonendo, supplicando con cos aperta, femminea debolezza che i suoi ragazzi rinfocolavano sulla sua voce querula la loro gazzarra.
Una sera di infernale baccano, mentre Giustino cercava di riportare con preghiere e urli la calma nell'uragano, capit Socrate. Giustino colpito dall'improvviso sepolcrale silenzio che s'era fatto nella stanza si volt verso l'ingresso. I ragazzi raggiunsero i loro posti e si chinarono sui libri.
Socrate alz una mano e lo chiam con l'indice ad uncino, sempre sorridendo con quel suo sorriso riccio: Giustino gli si avvicin con confusa premura.
L'ho sentito fin nel mio ufficio, il baccano.
Lo credo signor rettore: ma in certi momenti sono come pazzi: impossibile frenarli, disse a furia, incespicando, Giustino.
Come impossibile? Puniteli.
Ma sono tutti: non si possono punire tutti.
Certo: la punizione sarebbe inefficace. Punitene alcuni.
Ma, scusatemi, non so se  per mia incapacit, ma non riesco a identificare i responsabili.
Chi vi dice di punire i colpevoli? io ho detto alcuni.
Ma punire gl'innocenti? chiese Giustino con candida meraviglia.
Certo; questo eccita il senso di piet nei colpevoli e fortifica gli onesti;  moralizzante.
Ma la giustizia... insinu Giustino.
Se la giustizia non dipendesse dal caso non sarebbe veramente temibile; pensateci; vi offro un tema di meditazione notturna. Andandosene gli fece un cenno con la mano cos ampio come se fosse sulla tolda di una nave; al giovane parve un gesto di addio.
Una domenica Giustino accett l'invito di Giulio Angrisani e and alle "Stoppelle": i cani, due terribili mastini, erano tenuti al guinzaglio dal ragazzo che lo attendeva sul viale. Giustino pass trepidamente il cancello e si avvicin a Giulio cercando di nascondere il suo timore. Ma i cani rimasero calmi e il giovane, dimostrando un dominio di s che non avrebbe mai creduto di possedere, fece una rapida carezza, senza cattive conseguenze, ad una delle bestie. Il gesto disinvolto impront tutto il pomeriggio di Giustino. Felice pomeriggio passato nel giardino delle "Stoppelle" a ragionare dolcemente con la signora Maria Angrisani e la figliola Saveria.
Giustino, preso nell'incanto per lui raro di quell'amabilit femminile, trov in se stesso tesori di grazia e di spirito che non sapeva di avere. La signora Angrisani era placida e materna; inquieta e stralunata Saveria. Rassomigliava a Giulio ma era pi morbida e di viso pi breve e dolce.
Anche lei ascoltava Giustino ed era presa dalla sua onesta eloquenza, da un certo candore enfatico che azzardava forse per la prima volta i suoi giudizi sul mondo. Egli non se ne rendeva conto ma il suo discorso era una polemica contro Socrate ed Amelia. Ora, assenti i competitori, risolti in un dialogo interiore gli argomenti contrari, li demoliva agevolmente senza violenza con una generosit signorile ed adulta. Nonostante questa sua dolcezza interna, Giustino aveva una leggerissima aria trionfale che conferiva al suo viso mansueto una contenuta audacia, veramente gradevole. Saveria guardava il viso fanciullesco splendente di salute e si beava del tono armonioso della voce e respirava una volta tanto con un ritmo calmo.
A un tratto Saveria si alz e invit Giustino a seguirla per una passeggiata; il gesto era stato cos brusco e inatteso che Giustino ne rimase sconcertato. Chiese alla signora Angrisani, con uno sguardo che era in contrasto con la sua aria trionfale di poco prima, se era il caso di accettare, se non poteva sembrare sconveniente. Ma la signora ebbe un sorriso di acquiescenza cordiale che autorizz Giustino ad accettare l'invito.
Cos s'avviarono sotto le piante. Di lontano si sentiva il gioioso latrare dei cani e il riso di Giulio che ruzzava con le bestie in un prato che le piante nascondevano alla vista.
Il giovane taceva e aspirava ogni tanto, a viso alto, il profumo delle erbe; gli durava ancora la compiacenza di s e sentiva l'incanto dell'aria estiva, del colore del cielo illuminato dal sole calante.
Ma poi comprese che doveva parlare e sogguardava la sua compagna pi alta di lui, fragile, flessibile, vestita di un prezioso abito di colori vivacissimi, cos estranea alla semplicit del campo di stoppie dove ora camminavano, e certamente a lui, Giustino D'Arienzo, cos poveramente vestito. Saveria lo guardava di tanto in tanto, con leggera ironia come se volesse mostrargli il suo disappunto per l'improvviso silenzio e Giustino si pent di aver dato, poco prima, un'immagine di s cos lontana dalla vera; ora, se avesse potuto, avrebbe improvvisamente confessato di aver mentito. Sentiva che gli montava alla gola un fiume di parole patetiche intorno alla sua infelicit e alla storia dolorosa della sua infanzia; ma comprendeva che la sua compagna non era preparata ad accoglierle. Lo sguardo di Giustino tradiva ora questa piena di malinconici pensieri e il viso gli era tornato umile e spento come d'ordinario. Saveria lo prese per mano e gli disse gaiamente:
Venite, corriamo.
E corsero a perdifiato tra le stoppie col sole rosso sugli occhi.
Giustino si lasciava guidare e stentava a seguirla, tanto la sua compagna era agile e veloce. Nella corsa il giovane pens che non era necessario parlare e fu d'un tratto libero dei suoi tristi pensieri; gli venne da ridere e rise con una schiettezza infantile che la sua bocca non ricordava da molti anni. Saveria lo guard meravigliata e rise anche lei come partecipasse alle ragioni della sua gioia.
Si fermarono; si misero a sedere su un mucchio di fieno e Saveria disse:
Ah, che ridere.
Sono stanco, fece Giustino.
Intrecci le mani dietro al capo e si stese sul fieno. Sent acuto l'odore delle erbe, ascolt gli ultimi gridi delle rondini e vide il cielo scolorare sul suo capo: ebbe l'anima piena di tenerezza e comprese che era felice; allora incominci a piangere.
Saveria vide le sue lagrime e lo accarezz leggermente sulla fronte: Giustino la prese per le gracili spalle e la baci dolcissimamente sulla bocca.
Giustino D'Arienzo il mattino seguente, tanto era grigia l'aria della sua camerata, pens che fuori piovesse; per accertarsene rimont la tortuosa scala prima del solito e trov nell'ampio corridoio la vetrata spalancata e vide il cielo sereno. And ad affacciarsi e guard nella breve piazzetta il movimento festoso della gente e ud il grido cantante dei venditori; si trov a godere schiettamente e con abbandono il delizioso spettacolo; gli capit di sentire, senza paura, lo scorrere degl'inutili minuti nei quali la gente e il sole erano unicamente occupati a far felice Giustino D'Arienzo.
Mathieu, che non vedeva da pi giorni, se lo trov di fronte lieto e deciso nel saluto burlesco; non os chiedergli del danaro: cap che il giovane avrebbe saputo rifiutarglielo.
Allora si allontan canticchiando per darsi un contegno e Giustino lo accompagn con un sorriso ironico, e pens che solo la felicit pu dare la forza per essere cattivi.
And a trovare i suoi colleghi nella stanzetta che aveva abitato all'inizio del suo soggiorno: sentiva, camminando, nel suo passo una scioltezza mai avuta e un'armonica concordanza nel moto delle spalle e delle mani. Entr con una sicurezza leggermente spavalda e interrog Amelia e Pecora con un tono astratto e mondano trovato per la prima volta e gli parve che i due compagni gli parlassero con un accento di cameratesca uguaglianza che lo commosse. Giustino sent per un attimo la sua anima ripiena di affettuosa comprensione per Amelia e Pecora e riusc a dire "Socrate" in luogo di "signor rettore" senza penose esitazioni. Tutta la sua giornata trascorse con un ritmo di indicibile felicit. Nel pomeriggio usc per andare a zonzo per la citt, desiderando di incontrare Saveria e la incontr. Nella leggera brezza estiva Giustino sentiva dolcissimo l'alito della fortuna e aveva il sangue in festa; le cose si offrivano docilmente al suo sguardo come componendosi per un ritmo di danza.
Saveria era sola e gli and incontro con una gioia misurata come se il convegno fosse prestabilito. Era stata forse la notte folta di sogni comuni che aveva fatto antica la loro amicizia e cos agevole il loro incontro.
Giustino l'accompagn per le strade del centro, si ferm con lei in un caff e not senza impaccio gli sguardi di tutta la gente, si tolse il cappello per rispondere ai saluti con un contegno tra modesto e dignitoso di bellissima grazia.
Saveria gli camminava accanto e gli parlava della sua mamma, di Giulio, dei suoi vestiti: un cicaleccio frivolo e grazioso, incoerente e bizzarro. Intanto lo veniva guardando di sottecchi con una tenerezza insistente e materna che riempiva di giubilo il cuore di Giustino. Il quale l'accompagn fino alle "Stoppelle" e vide senza tremare i due mastini che venivano a lambirgli le mani.
La strada del ritorno la fece di corsa e arriv in collegio affannato e felice; la sera nel solito tumulto che facevano gli scolari si sottrasse con crudele freddezza alla mischia, identific i colpevoli, li pun, ebbe un sicuro dominio su tutti.
Giulio Angrisani gli si avvicin per implorare perdono per i puniti, ma Giustino fu irremovibile e il ragazzo ebbe paura di lui: la notte in camerata al buio incominci a piangere e il giovane tent invano di consolarlo. Dov chiamare un servo e chiedere l'intervento di Mathieu, il quale diede un calmante al ragazzo che durante il sonno sopravvenuto continu a tratti, dolorosamente, a gemere.
Fra tante, quelle furono le giornate pi serene di Giustino; nei giorni seguenti, attenuata l'impressione della prima dolce intimit con Saveria, il giovane prese a considerare la sua situazione nei riguardi dell'avvenire. Allora egli confondeva l'avvenire con le sue speranze; pi tardi, quando fu inutile essere cos saggio, s'accorse che il tempo futuro pu presentarsi nudo di desideri e di illusioni. Non che Giustino, provato durante la sua infanzia e la sua adolescenza dalla sventura, dalla miseria, e dal cuore tenero, avesse mutato all'improvviso il suo fondamentale tono intimo; ma pure, in quei giorni si sorprese pi volte ad almanaccare intorno agli anni venturi, a costruirseli privi di doveri penosi e a farne un grazioso dono a se stesso.
Saveria era indubbiamente buona, pensava Giustino, ma dimostrava una innocenza mentale incredibile. Aveva frequentato delle scuole, aveva avuto delle istitutrici, era stata all'estero ma non conservava che brani confusi di nozioni disparate e il giovane credeva che a quella ignoranza corrispondesse candore di anima. Giustino, che era uomo serio e riflessivo, faceva grande credito alla ragione.
Cos di fronte alle ineguaglianze frequenti dell'umore di Saveria egli era leggermente sconcertato e tentava di riporla in equilibrio con lunghi ragionamenti. Ma le sue domande andavano spesso oltre i limiti di una ragionevole confidenza e provocavano sorde collere nella ragazza. Si lasciavano estranei ed ostili e Giustino poteva rasserenarsi provvisoriamente solo richiamandosi alla sua fondamentale tristezza, cercando di aggiungere quel tormento ai tanti che gi avevano abitato il suo cuore. Allora le scriveva e nel pomeriggio andava a lasciare la sua lettera alle "Stoppelle" e i cani, se lo intravedevano dalle sbarre del cancello, si avventavano come tigri contro di lui che, pur sicuro dell'impossibilit per le bestie di superare l'ostacolo, si sentiva tremare e si allontanava stanco e abbattuto sotto il sole saettante, sollevando col suo passo pesante e stanco la polvere arida del sentiero.
Ripensava alla frescura delle stanze a terreno della casa, all'aria cordiale e ricca dei mobili semplici e grandi, al linguaggio pacato e bonario della signora Angrisani che ascoltava lui Giustino, con un'attenzione materna e delicata come se fosse felice di vederlo a casa sua e ne considerasse necessaria la presenza. A questo pensiero l'anima di Giustino era colma di gratitudine: e mentre si tergeva il sudore veniva attribuendo alla signora Angrisani generose intenzioni a suo riguardo; e questo un poco lo consolava del contegno di Saveria e di quello inquietante di Giulio.
A Giustino tornava la speranza di trovare il modo di restituire questo suo breve mondo all'equilibrio dei primi buoni momenti che gli avevano dato tanta gioia e che ora si venivano facendo lontani come se fossero gi nostalgia.
Mathieu un pomeriggio in cui Giustino aveva ricevuto un biglietto di Saveria ed era di umore lieto gli si avvicin con aria festevole e gli disse:
Complimenti signor D'Arienzo, complimenti. Di fronte alla mimica interrogativa e scherzosa di Giustino aggiunse:
Sappiamo, tutti sanno; la signorina pi facoltosa della citt; vorrei pregarvi, aggiunse con tono mellifluo, voi sapete chi  Mathieu, sapete com' nato: qui vice-economo, sbriga faccende. Vi pare questo un impiego adatto per me? Voi mi potreste salvare, io saprei amministrare; sono un uomo devoto io.
Giustino fu sorpreso dall'idea suggerita da Mathieu e tent di schermirsi dalle sue premure, facendogli intendere che le sue supposizioni andavano molto al di l del vero.
Ma Mathieu con angelico e gi intenerito sorriso mormor:
Siete modesto; io solo qui dentro ho capito che cosa c'era sotto quella modestia; conosco gli uomini io, signor D'Arienzo: perch ho un grande cuore: gli uomini si conoscono amandoli; che ne dite?  esatto?
Qui prese a singhiozzare e s'appoggi, coprendosi gli occhi, alla statua di Giordano Bruno.
Ma il suo pianto fu breve: i suoi occhi leggermente ubriachi erano asciutti. Riprese:
Scusatemi per questa manifestazione di debolezza, signor D'Arienzo.
Giustino gli mise in mano una moneta e Mathieu si allontan a passo rapido.
Ha il vino tenero Mathieu.
Giustino si volt all'improvvisa voce e si trov davanti il rettore. Gli fece un inchino impacciatissimo e quello lo invit a seguirlo col solito buffo gesto del dito a uncino.
Quando furono nell'ufficio di Socrate questi prese a dirgli, dopo aver vuotato la tasca della giamberga che al solito era piena di brani di carta:
Signor maestro siete voi da messa?
Scusate, disse Giustino confuso, io veramente non capisco.
 un verso di una satira di Alfieri. Non la conoscete? Leggetela; fa al vostro caso. Ora andate, i vostri studenti tornano gi da scuola.
Giustino avrebbe voluto chiedere spiegazioni; aveva vagamente intuito che il rettore voleva riferirsi alle sue relazioni private con gli Angrisani e avrebbe desiderato chiarire, parlare del suo stato d'animo. Ora sentiva che era necessario ribellarsi alle insinuazioni e dire umilmente ma con tono fermo, che esiste qualcosa di intimo che appartiene a noi. A lui, certo, anche a lui, apparteneva qualche cosa che nessuno doveva violare.
Soprapensiero Giustino andava lentamente verso la porta interna da cui affluivano gli studenti di ritorno dalla scuola: montavano a gruppi, vestiti di scuro, chiacchierando a bassa voce, e spargendosi nelle stanze e nelle aule semibuie dell'antico convento.
Giustino faceva torbidi sogni; sentiva nell'aria subdole insidie.
Era distratto, apatico e irritabile: quella sua sicurezza diritta dei primi giorni s'era sciolta in un polverio di reazioni disarmoniche.
Sentiva dentro farsi via via pi fastidioso il disagio della sua situazione; gli pareva per numerosi indizi che tutto il groviglio delle sue relazioni con gli altri tendesse confusamente a una triste soluzione che gi gli gravava nell'anima con i suoi presagi. Egli avrebbe voluto, senza darsene propriamente ragione, che tutto precipitasse verso quella tristezza presentita perch egli potesse arrivare a considerarla conclusa.
Se considerava nei momenti di solitudine la cara dolcezza di alcuni suoi incontri con Saveria, intravedeva una serie di giorni futuri calmi di saggia e pacata beatitudine in cui il tempo scorreva come rivolo quieto e Giustino D'Arienzo, invecchiando a grado a grado, andava verso una lontanissima morte.
Ma i giorni presenti lo stringevano nei vincoli che s'erano via via annodati intorno alla sua persona ed egli, senza volerlo, altri ne aggiungeva che lo tenevano fermo alle sue inquietudini e gliene creavano delle nuove. Saveria aveva un contegno vario che rispondeva difficilmente alle sue fantasie ed egli tentava di piegarla con i suoi discorsi che lei commentava con risa e con lagrime.
Seguivano giorni malinconici in cui la ragazza lo accoglieva con cortesia fredda ed altezzosa e non trovava il modo di appartarsi con lui e lo costringeva a noiosi e imbarazzanti colloqui con la madre. Saveria si ritirava in una stanza lontana che egli non conosceva e si metteva a suonare con stanca mano, al pianoforte, una triste canzone che Giustino conosceva, ma che lei eseguiva sbagliando il tempo e mettendone in evidenza con pause arbitrarie una frase patetica.
Un che di mortuario e repugnante nasceva nell'anima di Giustino il quale era attento a questa sua sensazione pi che alle parole della signora Angrisani.
Giustino quando pot ascoltarla con maggiore attenzione comprese che il discorso della signora lo riguardava pi di quello che egli immaginasse.
C'era nel suo tono una cortesia distante che dava al giovane l'idea della sua curiosa posizione in quella casa; la signora Angrisani gli parlava dei suoi figlioli, con tristezza e compiacimento, delle strane e irrequiete manifestazioni del loro carattere come di fenomeno ereditario. C'erano accenni oscuri nel suo discorso a suo marito morto da molti anni, alla nobilt della sua anima, e alla estrema fragilit del suo corpo.
La signora evocava con un discorso rotto, punteggiato di sorrisi discreti, un mondo remoto diverso da quello che Giustino aveva immaginato e dal quale si sentiva escluso. Lo invitava a mangiare, gli versava da bere con l'insistenza che si adopera per chi ha molta fame per lunghi digiuni e che solo casualmente capita a contatto con una provvisoria ricchezza di cibi prelibati.
Allora ritorn in lui, cosa che non gli era mai accaduta in quelle circostanze e in quel luogo, quel senso di umile rassegnazione alla sua sorte che valeva a spegnergli l'eloquenza degli occhi e la nobilt della fronte.
Le piogge del Solstizio arrivarono dal cielo tetro e muto con furia torrenziale: l'acqua cancellava il profilo delle piante e delle case e affievoliva la voce degli uomini. Il collegio assunse una provvisoria vita invernale; si chiuse in s, nella veste delle sue vecchie mura come per difendersi dall'improvvisa ira del cielo. La pioggia ritrov tra le pietre rose, antiche vie per i suoi rivoli; indugiava negli interstizi degli architravi sconnessi, sui davanzali consunti. Dentro nei bui corridoi pavimentati di rosso si ridestava una luce ambigua di cenere spenta. Chiuse le scuole, gli studenti passavano interminabili ore chini sui tavoli sbadigliando sui libri logori per l'uso da cui tentavano di estrarre poche ordinate formule che simboleggiassero l'inestricabile moltitudine delle loro nozioni. Socrate girava girava, per aule corridoi sale, col suo passetto artritico, col suo immutabile sorriso riccio, raccogliendo pezzi di carta e mulinando nella sua mente le sue uscite paradossali che collocava a proposito in conversazioni artificiose. Mathieu non beveva; non aveva un soldo e doveva stare veramente male; un giorno disegn al giovane un sereno quadro della sua vecchiaia passata alle "Stoppelle" come uomo di fiducia del signor Giustino D'Arienzo. La sicura prospettiva di Mathieu induceva Giustino, per un attimo, a sperare. Tenue speranza che i giorni tetri, che si seguivano senza un segno di vita da parte di Saveria, spegnevano. Socrate una volta gli ripet:
Signor maestro siete voi da messa? avete letto?
Ho letto, rispose Giustino. Avete ragione.
Avevo ragione; ora non pi.
E perch?
Perch voi siete persuaso, e questo vi d il sopravvento. Le ragioni vittoriose cessano di essere ragioni.
Giustino lo guardava perplesso.
Gi, aggiunse Socrate, per questo in un conflitto la ragione passa automaticamente alla parte che soccombe e si ricomincia; eterna guerra.
Giustino tent di pensare al senso oscuro delle parole di Socrate ma senza impegno: aveva oramai la persuasione che le sue parole fossero un gioco e che via via avrebbe imparato a rispondergli a tono quando avesse letto tutti i libri che si proponeva di leggere. Vecchio; Giustino sarebbe diventato vecchio e avrebbe dimenticato cinquant'anni di dolori; voleva acquistare un libero e saggio sorriso e raccontare a se stesso il suo presente disagio; quella pena che sentiva nell'anima per la sua misera condizione attuale; apr lentamente il cassetto della sua cattedra e ne trasse cautamente le poche lettere di Saveria che incominci a rileggere lentissimamente. Di fuori la pioggia scrosciava e le finestre che davano su un cortile angusto, profondo come un pozzo, mandavano nell'interno una scialba luce d'acquario.
Giulio Angrisani era stato malato la settimana precedente ed era rimasto a casa per alcuni giorni; Giustino una mattina durante una sosta della pioggia si avvi alle "Stoppelle" per andare a prendere notizie del ragazzo; ma con la segreta speranza di vedere Saveria.
Si avvi sotto un cielo immobile di una compattezza metallica; l'aria era umida e fresca e la campagna odorava acutamente di erbe marce. Giustino guardava il cielo come per sorvegliarlo; sperava che non piovesse durante il tragitto; mentre camminava studiosamente per evitare la fanghiglia si mise a fischiettare per dare un'aria di oziosa passeggiata alla sua trepidante gita.
A un tratto senza tuoni, senza furia, la pioggia ricominci a cadere e la terra zuppa la rifiut. Rapidamente la strada che percorreva Giustino rigurgit di rivoli che facevano uno scroscio confuso e triste che si mischiava a quello del vento che s'era levato all'improvviso. Il giovane camminava a balzi inseguendo l'ombrello che il vento voleva strappargli di mano; sentiva i vestiti immollarsi sulle spalle; i calzoni pesargli sformati negli stinchi, la camicia madida incollarsi al petto.
Arriv al cancello e si ferm un attimo sotto la tettoia a riflettere; sarebbe voluto tornare indietro e si sentiva profondamente misero e infelice considerando il suo aspetto e il suo stato d'animo. Ma sul filo di questa tristezza gli nacque nell'anima il pensiero di valersi del suo pietoso aspetto per persuadere Saveria ad amarlo.
Vide per prima la signora, e Giustino disse con tono per quanto seppe disinvolto, che si trovava a passare per caso; aveva pensato di entrare per difendersi dall'improvvisa pioggia, e chiedere notizie di Giulio. La signora Angrisani ebbe un sorriso ironico di cui Giustino non la riteneva capace; e questo sorriso lo sconcert. Allora incominci a balbettare scuse pregando la signora di non voler pensare che ci fossero altri motivi alla sua gita: era un uomo serio, realistico, Giustino D'Arienzo, e rispettoso; lontana da lui l'idea di abusare della "squisita ospitalit"; voleva essere stimato, Giustino D'Arienzo, teneva alla sua reputazione.
La signora Angrisani lo ascoltava con meraviglia, tacendo, e Giustino tem di essere stato eccessivo, forse troppo vanitoso; allora incominci ad umiliarsi borbottando parole di sprezzante piet nei riguardi di Giustino D'Arienzo.
Volete vedere Giulio? disse la signora Angrisani con sbrigativa cortesia. Sar felice della vostra visita: venite con me.
Giustino segu la signora Angrisani per le scale, sal al primo piano e gli parve veramente incredibile che la villa potesse avere tante stanze e le stanze contenere tanti mobili, tanti tappeti, tanti specchi.
Camminava in punta di piedi per evitare di insudiciare il pavimento e avrebbe voluto, se avesse osato, voltarsi indietro per vedere se le sue scarpe fradice avevano lasciato le orme del suo passaggio. Arrivarono finalmente in un salotto e trovarono Giulio seduto su di una poltrona, semisepolto dalle coperte. Il ragazzo vedendolo si lev di scatto e gli and incontro con una furia gaia, affettuosissima; gli prese ambe le mani e gliele veniva scuotendo con festosa cordialit.
Come sono contento di vedervi: avete preso tant'acqua per me, per venire a vedermi, come siete buono.
La signora Angrisani disse con mutato tono:
Ve lo avevo detto professore che sarebbe stato contento; ma prende freddo cos, bisognerebbe che voi lo pregaste di farsi coprire.
Giustino ricondusse il ragazzo alla sua poltrona, lo ricopr amorosamente e gli si sedette accanto. Giulio si accorse che Giustino era fradicio fino alle midolla e chiese alla madre di fare accendere il camino. La signora rispose un "certo, certo, chiamer" leggermente irritato. Allora il ragazzo, s'infuri, alz la voce e incominci a dare imperiosi ordini a sua madre minacciando di andare lui stesso a chiamare una cameriera.
La madre usc dopo averlo rassicurato con molta dolcezza che avrebbe provveduto: ebbe per Giustino un saluto pieno di ipocrita cordialit. Il giovane stava vicino al ragazzo e veniva premurosamente informandosi della sua salute. Aveva trovato il tono giusto ed era modesto ed affettuoso, moderatamente gaio per quell'inaspettata accoglienza; Giulio ne pareva incantato.
A casa mia sono tutti stupidi, gli disse ad un tratto convinto e perentorio. Voi siete troppo gentile con tutti.
Guardate, aggiunse, in questi giorni ho letto molti libri.
Giustino guard i libri che il ragazzo aveva letto e fece le sue meraviglie per il loro carattere che gli parve non adatto alla mente di un ragazzo della sua et.
Capisco, sapete, capisco quasi tutto quello che c' scritto: dove non capisco invento. Del resto quelli che li hanno scritti, questi libri, hanno inventato. Giulio sorrise con un sorriso pallido e astratto: Giustino ebbe un brivido e pens che il ragazzo sarebbe morto.
Vennero ad accendere il fuoco e il giovane incominci ad asciugarsi alla fiammata; i suoi vestiti fumavano.
Quando arriv Saveria, Giustino le and incontro avvolto in un nembo di vapori e la ragazza al vederlo scoppi in una risata gaia, irritante, che lo inchiod a mezza strada.
Giulio ascolt quel riso con occhi torvi e quando la sorella ebbe finito disse:
Sei cretina e cattiva; e pensare che lui  venuto sotto l'acqua per vederti.
Veramente... azzard Giustino.
No, signor D'Arienzo: io so che siete venuto per lei.
Saveria, fece un'alzata di spalle e disse seccata:
Non  vero, e anche se fosse, io che c'entro?
I vapori intorno a Giustino s'erano fatti pi radi ed il suo pallore imbarazzato emergeva ora nitidamente dalla nube.
Giulio mise la destra sotto le coperte e si frug in una tasca: aveva la bocca tremante di ira e la fronte corrugata.
Estrasse un pacchetto di lettere e disse rivolto alla sorella:
Non c'entri eh, e queste? te le ha scritte lui, le ha scritte per te e sono piene...
Ah, sei tu che le hai prese, disse Saveria stizzosamente, ora me le dai, e si slanci sul fratello con la furia di un gatto impermalito.
Giustino, che aveva assistito alla scena con un sorriso in apparenza divertito ma con un nodo in gola, badava a dire balbettando:
No, cos,  una sciocchezza, una piccola sciocchezza.
Giulio lottava aspramente sotto la stretta della sorella; ad un tratto gli riusc di mostrare il capo e a dire a Giustino:
Voi signor D'Arienzo, aiutatemi.
Giustino si avvicin al gruppo e prese per le spalle con timida cortesia Saveria:
 malato, pensate...
Non mi toccate voi, capito? gli rispose Saveria voltandosi di scatto.
Giulio approfitt di quell'attimo e lanci le lettere nel fuoco.
Saveria disse guardando la vampata:
Tanto meglio, e s'incammin per andarsene.
Giustino fece un inchino che voleva essere corretto e che subito gli parve goffo; avvamp e disse rivolto a Giulio:
Io dovrei dire qualche cosa alla signorina, anche per scusarmi, non ti pare?
Pareva attendesse il consenso del ragazzo che ora a occhi chiusi respirava a fatica per l'affanno della lotta.
Giustino furtivamente, a passi rapidi, infil l'uscio per il quale Saveria era uscita; ma la ragazza era sparita e Giustino non si attent a proseguire il suo cammino.
Torn indietro; Giulio aveva aperto gli occhi e lo guardava con un'inattesa espressione di accorata tenerezza.
Vi prego, gli disse, sedete ancora un momento.
Giustino si mise a sedere. Tacquero per qualche istante e udirono lo scroscio della pioggia tra le piante del giardino.
Se sapeste quanto  stupida Saveria, disse il ragazzo lentamente, e voi le scrivevate tante belle parole. Poi ebbe un gesto desolato delle braccia e incominci a piangere.
Non dovresti, capisci, disse Giustino, se lo fai per me, fai male: io in fondo non ti ho fatto niente. Neanche a lei ho fatto nulla, era una cosa molto rispettosa, ma non mi sarei mai azzardato a mancarle di rispetto. Ho cercato di farlo capire anche alla signora Angrisani, ma forse non mi sono spiegato.
Giulio fece un gesto con la mano come per fargli intendere che tutte le sue parole erano inutili; disse con lenta gravit:
Signor D'Arienzo sono tanto malato.
Torn il sole, il verde sazio delle piante l'accolse con una sorta di esplosivo tripudio. Tutto intorno a Giustino si fece brillante e frenetico: gli studenti incominciarono a sciamare. Le camerate si vuotavano; i colleghi se ne andavano a fare i loro esami nella prossima universit e non sarebbero probabilmente pi tornati.
La camerata di Giustino era del tutto vuota e il giovane dormiva ora nella stanzetta che lo aveva ospitato la prima notte; aveva maggiori ore di libert ma non ne approfittava per studiare. Passeggiava per i corridoi deserti senza scopo; veniva, senza volerlo, impregnandosi dell'odore dell'edificio e ritrovava in s un ritmo triste e pacato in cui i suoi recenti ricordi si venivano sedando quasi senza dolore.
Di Giulio Angrisani non aveva saputo pi nulla. Un giorno era andato verso le "Stoppelle" e aveva visto tra le sbarre i due mastini liberi che camminavano sullo spiazzo antistante alla villa deserta. Giustino non aveva suonato, aveva compreso che nessuno gli avrebbe risposto.
Ai primi di luglio chiese a Socrate di rimanere durante l'estate in collegio e Socrate l'accontent con un sorriso che a Giustino parve paterno.
Mathieu gli conferm le buone disposizioni del rettore nei suoi riguardi e gli promise di fargli compagnia:
Voi siete un uomo stabile, signor D'Arienzo; c' da avere la massima fiducia nel vostro criterio e nella vostra fermezza di carattere.
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Fine.
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STORIE DI CONTADINI.
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IL CAVALLO DEL DILUVIO.
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Questi due fratelli che cavalcano "Piccione" si chiamano Giorgio e Valerio. Il cavallo  vecchio e magro ed ha la testa malinconica; va con passo uguale e stanco verso il fiume.  l'ora del tramonto,  d'estate e ci son nuvole pesanti e scure orlate di rosso che il sole scaccia dal breve azzurro dove ancora risplende. Ma le nuvole sono cariche di notte precoce e Giorgio, che  il pi grande dei due ragazzi, ne ha il presentimento. Valerio che  in groppa, lungo la scesa gli grava un po' sulle spalle con evidente mal garbo e gli pizzica le cosce per farlo impermalire. Ma il fratello si limita a dirgli: Sta fermo, sta fermo. L'irrequietudine di Valerio lo distoglie dalla malinconica calma che gli  entrata nell'anima. Vorrebbe che il fratello tacesse o discorresse con lui, che gli facesse delle domande difficili a cui pensa di poter rispondere anche se per il momento ne ignora la natura, tanto  savia e grave la disposizione della sua mente.
Gli piace che la madre gli abbia affidato per la prima volta l'incarico di andare ad attendere il padre al ponte perch, stanco del lungo camminare, possa tornare a cavallo. Immagina gi l'incontro, la ruvida bonomia del padre, la strada in salita che rifar attaccato alla coda del mansueto "Piccione". Cavalca senza badare alla strada perch sa che il cavallo si muove con una sorta di automatica prudenza evitando i sassi di cui il sentiero  disseminato. Tra lui e il cavallo c' una muta concordia. Ma Valerio  come al solito turbolento, e d insidiosi colpi di piedi sotto il ventre di "Piccione" per tentare di farlo correre all'improvviso, e cos spaventare Giorgio. Il cavallo alza appena il capo uscendo un attimo dal suo consueto stupore. Poi Valerio divenne allegro alla sua bizzarra maniera: aveva le tasche piene di sassi e li lanciava sulle siepi di lentisco e faceva "oh oh!" con le mani in alto dietro il volo delle cincie che sfrecciavano impaurite nell'aria. Aveva trovato il modo di puntare i talloni sulle cosce del cavallo e di sollevarsi al disopra della testa del fratello; poi mettendogli le mani sulle spalle faceva alcune flessioni ridendo a gola aperta. La campagna era deserta e quieta. Gli ultimi bagliori indugiavano negli orli delle nuvole, ma gli alberi gi freddi si raccoglievano per il sonno notturno.
Giorgio disse al fratello:
Sta un momento fermo, ti stanchi se continui cos. Lo sai che al ritorno devi fare la strada a piedi.
Valerio rispose dispettosamente:
Il babbo forse non arriva e torneremo a cavallo, a cavallo, a cavallo... ripet cantilenando e sollevandosi con le mani appoggiate al rilievo della sella.
Raggiunsero il fiume nei pressi del ponte Gravellina e si prepararono ad attendere. Giorgio scrutava, nella luce ormai calante, il viottolo pietroso dal quale doveva giungere suo padre. Gli parve di scorgerlo e disse a Valerio: Eccolo!. Ma l'altro che si divertiva a lanciare sassi dentro l'acqua, rispose senza smettere, con il suo solito tono perentorio: Non . Non era infatti; un contadino attravers il ponte, pass loro accanto senza guardarli, gir la macchia di salice a destra, e scomparve.
Poi non pass pi nessuno; le nuvole, caduto il sole, andarono rapidamente a murare l'azzurro a levante, e la terra impast nel grigio le ultime luci radenti. Ci fu qualche attimo di profondissimo silenzio, poi il fiume riprese quietamente a scrosciare.
Il cavallo brucava sulla terra arida qualche filo di erba allungando il collo; nella luce incerta diveniva sempre pi bianco e magro.
Ad un tratto, subitamente lev il capo verso il cielo, le orecchie frementi s'acuirono come lame e aderirono al collo, la vecchia criniera s'irrigid irta, e il cavallo ebbe un nitrito metallico dolente, contro il cielo.
Un lampo nacque dal fondo pi buio dell'orizzonte e lacer l'aria: l'improvvisa luce scomparsa accrebbe d'un subito le tenebre.
Valerio rimase col braccio sospeso nell'atto del lancio, poi si volse e vide il fratello che nell'ombra si distingueva appena, e il cavallo sempre pi bianco col collo teso in alto immobile, come pietrificato. Il ragazzo ebbe ancora un'esitazione, ma poi quando dal cielo buio fran un tuono rotolando con fragore orrendo nella valle, ebbe paura e s'accost al fratello.
Il cielo fu rigato da lampi sempre pi frequenti e scoppi e boati s'inseguirono, e percorsero gli spazi sulle loro teste con una furia immane da crollo; cadde la pioggia grossa mista a grandine; a diluvio.
Il cavallo nitr ancora, poi lentamente s'impenn, rimase un attimo con le zampe anteriori rattratte e il collo teso nitrendo lungamente con gioia, proteso per il volo verso gli oscuri richiami del cielo.
Giorgio sent la mano di Valerio nella sua diventare una morsa gelida; poi nell'oscurit di pece, in un attimo di sosta dell'uragano, lo sent singhiozzare. Un baleno inond di luce fosforica la terra e videro il cavallo che fuggiva incontro al fiume verso il fondo della valle.
Compariva, scompariva perduto nel buio; illuminato dal fulgore.
I due fratelli insieme, si misero a correre presi per mano chiamandolo a gran voce amorosamente, tra il fragore dell'uragano. Ma le loro voci pareva inseguissero il cavallo che correva velocissimo verso l'abisso.
Corsero chiss quanto: uscirono dalle macchie di salici, e s'accorsero d'aver raggiunto il fiume: un fiume enorme, gonfio di acque che s'erano congiunte col cielo tenebroso, e venivano loro incontro per sommergerli.
Deviarono, sempre di corsa, inseguiti dal tuono, diguazzando nella melma; sempre dolorosamente gridando. Il cavallo non si vedeva pi; doveva essere arrivato. Dopo lunghissima corsa fatta per ignoti e spaventosi luoghi, la capanna col lume comparve alla loro destra all'improvviso. Veramente la capanna non si vedeva; era l'occhio di luce che feriva il buio che faceva pensare alla capanna.
Valerio si rifiutava di andare verso il lume, aveva ancora una ostinata forza nella mano che abbrancava quella del fratello. Ma Giorgio ebbe ragione del suo tenace rifiuto e riusc a trascinarlo riluttante verso il cumolo di ombra illuminato. Picchiarono; una voce cavernosa rispose dall'interno e Valerio sent che lo avrebbero divorato. La luce l'abbagli e gli fece chiudere gli occhi. Poi ud il fratello che discorreva pacifico, raccontando del cavallo all'uomo che egli non aveva ancora visto; riapr gli occhi.
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Fine.
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GIOVED, IN SETTEMBRE.
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Camminavano separati: Giorgio avanti, Valerio dietro. Al solito Valerio si fermava a tirar sassi tra le fratte per far volare gli uccelli che beccavano le more sanguigne, o a decapitare con colpi netti e violenti i piccoli girasoli secchi del greppo. Aveva un bastone ferrato che era riuscito a sottrarre il giorno prima nella camera del padre e s'era provato gi ad attaccare lite al mattino con un ragazzo che aveva avuto paura di lui ed era fuggito.
Ora per la provinciale deserta che scendeva in stretti giri la ripida china verso il fiume, non c'erano che i passeri sulle fratte. Nel cielo le rondini mandavano gli ultimi gridi.
Era una mitissima giornata di settembre che si spegneva con immobile stupore senza una nuvola, senza un alito di vento.
Giorgio camminava piano con passo uguale e fermo; era cresciuto, aveva ormai le spalle solide e una certa fierezza nella testa: ma il disegno della bocca era rimasto tenero, estatico e lo sguardo lento.
Ora gli piaceva che il fratello fosse lontano da lui perch sentiva dolcissima la sospensione dell'aria, e la fragranza vaga delle stoppie e della terra arida. Volgeva nella mente alcuni confusi pensieri incoerenti o contraddittori ma pieni di una serena e virile malinconia che forse per la prima volta gli dilagava nell'anima e riusciva a fondere in armonia il gioco della mente.
Era una sorta di felicit mai provata che non aveva bisogno di cose liete; perch gli nasceva dentro per un pacato accordo dell'atmosfera con lo scorrere tranquillo del sangue. Lo meravigliava il fatto di avere in s questa fonte segreta di benessere, gli pareva di potervi attingere sempre che volesse, come a una sorgente inesauribile.
Si sarebbe volentieri fermato per raccogliere pi compiutamente questo dolce divagare dei pensieri. Guard avanti a s e vide un mucchio di pietre levigate dalle piogge estive: si mise a sedere ed estrasse lentamente e con un segreto piacere il lungo portasigari di argento e cuoio che aveva trovato un giorno in un cassetto della scrivania e che egli aveva empito delle prime sigarette.
Il fumo s'accordava benissimo al senso serio e profondo della sua felicit e gli parve che ora avrebbe potuto pensare alla morte, per la prima volta, senza paura.
Il fratello non si vedeva, n si udiva la sua voce, o il suo fischio; doveva essere lontano; e non gli dispiacque.
Continuava placidamente a fumare e a guardare la giornata morente.
Le rondini dormivano e il cielo ad oriente diventava pallido. Non passava nessuno.
Il fratello spunt dalla curva all'improvviso e gli pass davanti galoppando e nitrendo; col bastone levato incitava di tanto in tanto gli immaginari cavalli che aveva davanti. Lo vide scomparire all'altra curva sempre correndo e nitrendo. Allora Giorgio riprese il cammino: un po' pi rapidamente ma sempre chiuso nel giro dei suoi pensieri; il portasigari gli era rimasto in una mano e nel ritmo del moto scintillava quando era nella luce degli ultimi raggi.
Spunt in un breve rettilineo e vide Valerio che parlava con un pastorello suo coetaneo; alcune pecore sul greppo di fronte brucavano la gramigna polverosa. S'accorse che il colloquio dei due era diventato concitato: poi vide Valerio scostarsi di qualche passo e avventarsi col bastone ferrato contro l'altro. Il pastorello indietreggi sveltamente, impugn la sua piroccola con entrambe le mani e incominci a mulinarla nell'aria. Valerio indietreggiava impaurito tentando di difendersi ma l'altro lo incalzava costringendolo a retrocedere fino al greppo: le pecore fuggirono goffamente e Valerio chiam Giorgio in aiuto.
Il fratello si mise a correre e minacci con la destra levata il pastore. Il quale smise per un attimo il suo mulinello e si fece da parte. Poi disse a Giorgio:
 stato lui, io me ne stavo per i fatti miei; vedi le pecore?
Valerio era tornato indietro e s'era accostato al pastore col bastone levato. Giorgio gli teneva minacciosamente puntato sul petto il portasigari che scintillava sulla casacca sporca del ragazzo. Il pastore scorse a un tratto il brillo del metallo e grid:
Non sparare!
Si butt a precipizio per la china con le mani in alto. Le pecore lo seguirono impaurite. Valerio raccolse dei sassi e li lanci contro le pecore fuggenti accompagnando il lancio con uno schiocco delle labbra.
Spariamo! spariamo! gridava.
Quando le vide scomparire continu con l'indice e il pollice aperti a sparare con le labbra, contro un invisibile bersaglio e intanto rideva a gola aperta, irrefrenabilmente, indicando al fratello lo spettacolo della fuga. Poi gli cammin accanto appoggiandosi al bastone troppo lungo per lui, fingendo di zoppicare.
Giorgio lo guard un attimo ma non rise: gli disse d'affrettare il passo perch si faceva tardi; l'aria era diventata esangue; le ombre incominciavano a vagare sulle lame dei salici che coronavano il fiume.
Qui sentirono una voce che chiamava alle loro spalle: 
Seppantonio!
Un'altra voce rispose appoggiandosi sulle vocali con una parola che non riuscirono ad afferrare. Poi l'aria torn quieta. Valerio si ferm, era un po' pallido e spaurito. Giorgio continuava a camminare svagato e lento.
Senti, corriamo, disse Valerio e tir per la giacca il fratello.
Perch?
Corriamo, corriamo.
Ma che hai?
Ti dico di correre, soggiunse implorante Valerio. Poi: Vieni, corriamo.
Si misero a correre dapprima velocemente a balzi gi per le scorciatoie, poi, raggiunta di nuovo la rotabile, rallentarono. Erano sul ponte del torrente Gravellina, che scorreva in un botro profondo tra due pareti scoscese coperte di gramigna e di rovi. Andavano al passo. Giorgio si volt a guardare Valerio e lo vide ancora pallido e spaurito.
Ma che hai?
Nulla, nulla, ma corriamo ancora...
Alla fine del ponte Giorgio, che andava avanti, sent all'improvviso un violento colpo in mezzo al petto e cadde riverso.
Spari, eh, spari!. L'accetta che l'aveva colpito gli mulinava sulla testa. L'uomo uscito all'improvviso di dietro il parapetto del ponte tratteneva l'arma a mezz'aria con una sorta di spasimo. Aveva le mascelle serrate e gli occhi addolorati e pazzi. Continuava a dire:
Spari eh! spari!
Giorgio cadendo aveva battuto violentemente le spalle sul pietrisco: ma gli pareva che non gli facessero male. Ora guardava calmo gli occhi dell'uomo che minacciava di ucciderlo e sapeva che la sua vita dipendeva dal bagliore lagrimoso delle pupille che il rosso sanguigno del fondo tentava di cancellare.
Portava a scudo le braccia sulla fronte; ora l'uno ora l'altro.
Quando vedeva la testa della scure avvicinarsi alla sua, sentiva l'inerzia fredda del metallo cercare la sua tenera pelle e si metteva il braccio sulla fronte.
La scure gli sfior una manica: l'uomo ebbe una specie di singhiozzo poi avvent il colpo e il braccio cadde stancamente sul fianco.
Giorgi tent di pararsi con l'altro; un secondo colpo arriv sull'altro braccio.
Ora la fronte del ragazzo pallida e liscia era scoperta: negli occhi gli cadde il grigio attonito dell'aria gi carica di notte.
L'uomo fulmineamente mise la scure dalla parte del taglio, serr le mascelle.
Giorgi tent con uno sforzo di alzare le sue braccia spezzate per far schermo ma non pot muoverle: allora ebbe il primo gemito doloroso.
L'uomo rispose con un singulto e lanci l'arma contro il parapetto.
L'acciaio ebbe un tinno lieto e accese uno spruzzo fulmineo di scintille.
L'uomo abbandon le braccia lungo i fianchi, disserr le mascelle e si mise a respirare con affanno. Poi disse:
Ora alzati.
Giorgio tent di ubbidire ma non ci riusc. L'altro disse ancora rabbiosamente:
Alzati!
Il ragazzo pot con terribile sforzo mettersi sul fianco.
L'uomo l'agguant per il petto e lo mise in piedi; poi disse al pastore che immobilizzava Valerio:
Lascialo.
Giorgio ud solo allora il pianto del fratello: gli parve che avesse sempre pianto ma lui non aveva udito.
Valerio raccatt il cappello di Giorgio e glielo porse. L'uomo glielo strapp di mano e lo lanci nel botro
Vai a raccoglierlo adesso.
Non importa, non fa niente, rispose con mitezza il ragazzo e fece per continuare:
Vai! capisci? fece l'altro spingendolo verso l'orlo della strada.
Giorgio vide nella penombra che le mascelle dello sconosciuto s'erano richiuse a tenaglia e disse:
Vado.
Si sedette sul ciglio punt i gomiti sul terriccio arido e incominci a scendere verso il buio.
Puntava i talloni per non precipitare; ma la terra era tenera e cedevole: tent con una delle mani tremanti, senza vigore, di aggrapparsi a un ciuffo di gramigna, ma la gramigna lo segu docile nella scesa con le radici divelte. Precipit verso il fondo. Quando si svegli vide tra le spine sul suo capo il cielo stellato e ud l'acqua del torrente brusire fiocamente tra le pietre. Un rivolo di sangue gli scendeva dal naso piagato dalle spine e gli entrava tiepido in bocca.
Si mosse per cercare una posizione meno dolorosa ma ricadde tra le spine.
Valerio cercava lungo il torrente e lo chiamava.
Gli rispose; e Valerio corse affannato verso la sua voce ferendosi le mani con le spine: lo aiut ad alzarsi e s'incamminarono penosamente sui sassi del greto.
C' una straduccia: io l'ho trovata, disse Valerio.  pi su, ma  comoda. Andiamo piano, piano, sai.
Camminarono lentamente nel buio verso le luci allegre del villaggio.
Giorgio era pieno di sonno, moveva i passi pesante e lento come trascinasse un peso.
...
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...
Fine.
...
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...
LE PECORE.
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Avevamo allora una bottega in una delle vie secondarie del villaggio a due passi dalla chiesa, subito dopo l'arco del seminario.
Era una bottega senza insegna che si rivelava ai passanti per l'odore acuto delle sarde nei barili e del baccal. Forse dei clienti venivano a comprare qualche cosa, come seppi dopo, all'alba o tardi alla sera; ma erano ore in cui io dormivo. In bottega con me, di pomeriggio, c'erano mio padre che sonnecchiava con la pipa fra i denti, un prete che era nostro lontano parente e un suo nipote della mia et. Io e questo ragazzo costruivamo case con le doghe di un barile sfasciato e imparavamo a fischiare.
Il prete leggicchiava il breviario per attendere che mio padre uscisse dal suo dormiveglia, poi si mettevano a fare la partita. Giocavano, con una lentezza concentrata, ma, di tanto in tanto, le carte venivano sbattute con allegra furia da mio padre che doveva essere pi bravo del prete perch rideva e lo canzonava. Quando mio padre rideva, ridevo anch'io; il ragazzo mio compagno che si chiamava Antonio mi vedeva ridere e mi guardava imbronciato; lo zio mi minacciava scherzosamente e seguiva il nostro gioco con occhi amorevoli e mansueti.
Era un prete magro e rubizzo con i capelli tutti bianchi; mi avevano detto che era molto povero e io che mi ritenevo ricco avevo molta piet di lui.
Mia madre arrivava di tanto in tanto in bottega e faceva acerbi rimproveri a mio padre perch perdeva il suo tempo a giocare.
Mio padre che era un uomo paziente e pigro s'irritava per i suoi rimproveri ma rispondeva con piacevole bonomia:
Facciamo un soldo ogni tre partite; scherziamo; non si pu scherzare?
Il prete abbassava gli occhi umilmente; si vedeva che mia madre l'aveva sorpreso a fare una cosa proibita e non osava rispondere. Riuniva le carte sparse e se le ricacciava in tasca, ma quando mia madre si allontanava le rimetteva sul tavolo furtivamente e riprendevano a giocare senza far rumore, temendo di vederla tornare.
Mia madre era una donna energica e triste e parlava sempre di terribili sciagure che avevano rovinato la sua giovinezza. Aveva una bellissima voce e al tramonto le piaceva qualche volta di cantare; nelle sue canzoni si parlava con molto desiderio della luna e delle stelle, di fiori e di uccelli.
Ed io immaginavo il regno di mia madre prima delle disgrazie che glielo avevano fatto perdere, come un regno notturno stranamente brillante e profumato.
Di giorno la voce di mia madre era piena di tristi presagi; quando mi abbracciava mi parlava della sua morte come di un fatto prossimo e sicuro. Se mio padre quando andava in campagna tardava pi del solito a rincasare lei si affacciava al balcone che guardava il cimitero e lanciava i suoi gridi di richiamo nella valle, tra le tenebre fitte. La voce di timbro acutissimo aveva come uno strascico di pianto sull'ultima vocale e chiamava in uno sperduto viottolo tra le siepi di lentisco perch qualcuno doveva averlo assassinato.
Ma poi mio padre rientrava con la sua chiara faccia ridente e tutto tornava quieto.
Fu in quel tempo che egli cominci a parlare dell'acquisto delle pecore; diceva che la bottega vivacchiava ma non prosperava e che le pecore invece facevano miracoli per arricchire la gente.
Mio padre fumava placidamente accanto a un focherello di sterpi ed enumerava tutte le virt delle pecore: le pecore ci dnno la lana, il latte, gli agnelli. Io cominciavo allora ad andare a scuola e sapevo che mio padre diceva la verit: le pecore erano la fortuna di chi le possedeva.
Mia madre invece piangeva all'idea di spendere tutto il denaro che avevamo per comprare degli animali che potevano ammalare e morire; lei sapeva di tante pecore che erano morte.
Il pastorello aveva dieci anni e veniva prestissimo a prendere il branchetto per portarlo al pascolo. Io andavo a scuola, era di novembre e spesso pioveva e faceva freddo; dalla finestra si vedeva la campagna inzuppata dalla nebbia e il cielo coperto da nuvole immobili.
Io pensavo alle pecore sperdute fra la nebbia a brucare l'erba sulla terra fradicia di brina e ne avevo grande piet. La notte nella stalla sottostante le sentivo tossire; la "Canestrella" doveva veramente essere malata perch aveva un belato rauco e lamentoso.
Al tramonto il pastorello tornava intabarrato e fangoso; il branchetto passava sotto l'arco del seminario stretto stretto, infreddolito e lento; le pecore facevano una piccola nuvola di fiati tiepidi. Avevano ormai imparato la strada; raggiunto il cortile, imboccavano il corridoio coperto che portava ai sotterranei senza un belato, sempre cos affettuosamente strette l'una all'altra.
Pasquale entrava in cucina e si metteva in piedi accanto al camino, apriva il mantello e tendeva le mani alla fiamma. Era un ragazzo brutto e taciturno; aveva le mani gi rozze di calli e le unghie spaccate dalla terra. A me che non sapevo nulla della lunghissima strada e dei pericoli del suo lavoro, non rivolgeva mai la parola. Pareva molto esperto del suo mestiere e mia madre gli parlava come a un adulto; io, in sua presenza, capivo tutta l'inutilit delle mie giornate.
Mia madre, mentre continuava a fargli inquiete raccomandazioni per il giorno seguente, si avvicinava alla madia e tagliava un grosso canto di pane scuro. Pasquale lo prendeva con le sue rozze mani, lo baciava e se lo cacciava tra il petto e la camicia; poi con un solo gesto preciso ed energico si chiudeva nel mantello e se ne andava dicendo: Be', buona notte.
Finita la settimana dei morti il cielo si fece chiaro e torn il sole; il primo giorno la terra vaporava sotto il tepore dei raggi, ma poi si asciug e si videro ancora le pietre bianche dei viottoli e le spine delle fratte. In uno di questi bellissimi giorni andai con Pasquale a pascere le pecore. Vidi il sole nascere alla marina e le ombre nascondersi dietro i monti. Camminavamo lenti come gente gi stanca perch le pecore brucassero l'erbetta magra delle prode. Quando il sole arriv quasi a met del cielo azzurro, le pecore erano gi sazie e belavano contente.
Ora hanno sete e noi le porteremo a bere, disse Pasquale.
Eravamo in un campo incolto pieno di pietre e di ginestre secche; ci sedemmo sotto un gruppo di quercioli sulle pietre e cominciammo a mangiare. Io, quando ebbi finito, trassi da una tasca un organetto e lo feci vedere a Pasquale.
Lo sai suonare? mi chiese. Io non lo sapevo suonare perch non avevo avuto ancora tempo di imparare. Pasquale me lo prese dalle mani, strofin l'imbocco sui calzoni sporchi e si mise a soffiare con molta abilit nello strumento. Succhiava e soffiava e veniva fuori una canzone che nel villaggio tutti cantavano. Rimasi meravigliato della sua bravura e glielo dissi. Pasquale rise ed era la prima volta che lo vedevo ridere: continu a suonare ed io lo ascoltavo incantato. Cos non ci accorgemmo che le pecore erano scomparse.
Io fui il primo a rendermene conto e lo dissi a Pasquale. Lui smise un attimo di suonare e poi mi rispose: Sono andate a bere.
Io mi convinsi sempre pi che egli sapeva tutto intorno alle pecore e mi pentii della mia inquietudine. Infatti le pecore rimontando la serretta che le nascondeva al nostro sguardo incominciarono a tornare.
Si raggrupparono a pochi passi da noi; ma non brucavano l'erba; rimasero col muso in alto come se volessero guardare il sole; poi "Pomposella" incominci a belare lamentosamente. Pasquale che da qualche attimo la guardava con attenzione stupita, si alz di scatto e corse verso il fosso dove le pecore avevano bevuto.
Torn indietro a passo lento, doloroso. Si avvicin al branco, prese la testa di "Canestrella" e le apr la bocca; la gola della pecora era bianca di calce.
Hanno messo la calce nel fosso e io non lo sapevo, disse. Poi mi restitu l'organetto e aggiunse:
Tu mi hai fatto suonare; se tu non venivi... perch sei venuto? Chi ti ha mandato? Io non ti ho detto: vieni!
Si mise a piangere ed io capii che la colpa era mia.
Volevamo riportare a casa le pecore e incominciammo a incitarle. La prima a cadere fu Pomposella. Pasquale la chiamava affettuosamente per nome e tentava di rimetterla in piedi; tutte le altre si lamentavano intorno a Pomposella che moriva per prima.
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Fine.
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ZELONE E GLI ANGELI.
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L'avevo visto passare qualche volta davanti a casa mia con un sacco di paglia o un fascio di fieno sulle spalle: arrivato all'altezza del portone volgeva la testa scarna e sanguigna a guardare nell'atrio se mai scorgesse mio padre, il quale, quando lo vedeva passare, s'indugiava a motteggiare con lui chiamandolo Zelone.
Il vecchio contadino deponeva per un poco il carico: appoggiava le mani sull'imbocco del sacco e rispondeva solo di tanto in tanto e a sproposito con una seriet grave e sentenziosa che provocava gioconde risate in mio padre. Zelone rimaneva un istante perplesso senza comprendere le ragioni del gran ridere del suo interlocutore: poi non perch comprendesse, ma trascinato dalla gaiezza infantile dell'altro, si metteva a ridere anche lui. Rideva solitario, guardando per terra e scotendo la testa con un moto secco e rapido dall'alto in basso come picchiasse su un chiodo invisibile. Poi il riso si spegneva e il suo volto tornava serio e concentrato: non conservava un atomo di gioia. Si rimetteva il sacco sulle spalle e riprendeva la sua lentissima marcia.
Era piovuto dalla piana di Larino un giorno di luglio insieme con Cola Pepe che era diventato pazzo, come gli accadeva sempre negli anni bisestili. Nei periodi di luna calante comprava vecchi muli, cavalli zoppi pieni di guidaleschi e di asma, e li rivendeva nelle giornate del plenilunio.
Al tramonto Zelone e Cola Pepe conducevano l'armento all'abbeverata; passavano attraverso il borgo seguendo lenti l'angosciato passo dei cavalli e dei muli. Cola Pepe portava a tracolla la frusta infiocchettata dei mercanti come un'insegna: e procedeva fiero a testa alta, con gli occhi austeri, fissi sulla gente che lo beffava.
Zelone palleggiava un'asta armata di un pungolo che infiggeva nei fianchi piagati delle bestie quando per errore uscivano dal branco. Ma erano bestie mansuete e morenti che si facevano ferire senza un gemito.
Quando arrivavano all'aperto nei pressi dell'abbeveratoio trovavano in agguato una torma di ragazzi che li assalivano a sassate. I ragazzi urlavano delle ingiurie ritmandole in coro poi facevano piovere una gragnuola di sassi sulle bestie e i due uomini.
Cola Pepe rimaneva solenne e impassibile, i sassi gli cadevano intorno senza colpirlo. Zelone facendosi scudo di un cavallo reagiva all'assalto con una violenza feroce. Socchiudeva l'occhio sinistro cieco e mirava con esattezza il bersaglio: di fronte alla confusa aggressione e alla gazzarra dei ragazzi opponeva la sua seria e taciturna difesa di animale. Le sue sassate sibilavano come frecce: talvolta colpivano il segno e un ragazzo ferito si metteva ad urlare; gli altri fuggivano impauriti.
Allora con i cavalli ansimanti i due uomini riprendevano la strada del ritorno: Cola Pepe con la sua attonita austerit di patriarca, Zelone palleggiando l'asta.
Con l'equinozio d'autunno Cola Pepe guar, i suoi occhi tornarono mobili e astuti, le sue membra si sciolsero, riabbracci piangendo la moglie come tornasse da un lungo e penoso viaggio, vendette le sue brenne macilente, mise sul lastrico Zelone.
Non so quali discorsi Zelone facesse con mio padre ma mi accorsi che dopo qualche giorno si era allogato a casa nostra o per meglio dire nel cortile, dove dormiva sul suo magro sacco di paglia, sotto le stelle.
La mattina alzandomi lo trovavo seduto su una panca di pietra; masticava lentamente con le gengive nude la sua colazione e mi guardava assente e mite.
Visse cos sino ai primi freddi, ma un giorno di novembre tornando da scuola lo trovai inginocchiato davanti al camino ad attizzare il fuoco. S'era tolto il cappello e la sua testa calva, quando si chinava per soffiare sulla fiamma, s'accendeva di riflessi di rame.
Non mi vide entrare: io, tremando, gli presi il cappello che era in terra, lo empii di cenere e glielo misi in testa. Se lo strapp con violenza accecato dalla cenere cerc a furia qualcosa da tirarmi contro: la paletta di ferro mi sfior il viso e and ad infrangere i vetri della finestra che avevo alle spalle. Fuggii pazzo di terrore: mio padre accorse al rumore e lo butt fuori dell'uscio.
La mattina lo trovammo sotto la pioggia fredda di novembre accoccolato davanti al portone, fradicio di acqua: entr senza che nessuno l'invitasse e si mise accanto al fuoco per asciugarsi.
Mio fratello nei primi giorni gli girava intorno timido, non osava avvicinarglisi troppo; ma poi cominci a offrirgli da mangiare. Zelone accettava senza battere ciglio e divorava quello che Valerio gli offriva: se avesse avuto da mangiare continuamente, avrebbe sempre mangiato, era insaziabile; quando nessuno gli dava nulla, rimaneva lunghe ore taciturno e immobile a meditare la sua fame. Valerio un giorno gli mont sulle ginocchia; Zelone lo lasci fare e rispose ai giochi del ragazzo con una bonomia candida, quasi tenera. D'allora Valerio non cess di tormentarlo: conversavano tra loro con grande intimit: erano arrivati a fondere i loro linguaggi come fossero coetanei. Valerio aveva trovato per istinto alcune parole che rendevano pazzo di furore Zelone e alcune altre che lo ammansivano come un agnello. In brevissimo spazio di tempo era a vicenda furente e gaio. Valerio passava intere ore a provocare le sue bestemmie o quel suo riso chiuso martellante, che si spegneva come un fuoco di stoppie.
Quando la sera Valerio, vinto dalla stanchezza e dal tepore del camino, gli scivolava ai piedi, Zelone lo prendeva in braccio e lo portava a letto. Il ragazzo durante il tragitto si svegliava e poi, steso di traverso, mentre il contadino gli toglieva le scarpe gli sparava affettuosi calci nello stomaco ridendo ad occhi chiusi e barbugliando con la sua voce piena di sonno le parole magiche che calmavano il furore di Zelone. Il quale, tornato indietro, riprendeva il suo posto accanto al fuoco, taciturno ed immobile come fosse di pietra.
Mio padre che in un angolo del camino fumava quietamente, lo interrogava di tanto in tanto; Zelone pareva meditasse le risposte ma quando parlava era facile comprendere che quello che diceva non aveva che un apparente rapporto con quello che gli era stato chiesto. Esprimeva immagini fantastiche e rozze di una ingenuit sorprendente; le sue erano parole disadorne ma essenziali e ferme come quelle di un versetto biblico.
Credeva di essere arrivato ai limiti del mondo per aver viaggiato per cinquanta miglia nel contado di Molise, breve spazio di terra popolato di angeli e di mostri, di potenze malefiche e benefiche, che amministravano le forze naturali e la vita degli uomini come egli li immaginava.
Mio padre dopo molti anni rideva ancora gaiamente delle sue risposte come le ascoltasse per la prima volta; Zelone lo guardava al solito, dapprima stupito e serio e poi scoppiava a ridere come sempre, anche lui.
Io capivo meno che mai le ragioni della loro allegria: m'era rimasta della sua prima violenza omicida una sorta di angoscia. Quando parlava in quello strano modo io sentivo nelle sue parole la voce di una sapienza antichissima, sepolta: mi pareva che lo stento che egli provava nell'esprimersi dipendesse dalla necessit di scavare dentro di s queste voci remote. Provavo dentro un morso di ribrezzo come per la voce dei morti.
Quando Zelone era solo parlava speditamente, allegro, pensieroso, triste, con toni acuti e gravi come se dentro un altro dialogasse con lui.
Talvolta diventava minaccioso e furente e vibrava i pugni ossuti e tremanti nell'aria: ma poi come per avere ottenuto una risposta al moto della sua collera, tornava quieto e sereno e canticchiava qualcosa d'insensato con un tema di cinque note opache, senza rilievo melodico. Quando taceva, sulla faccia scarna tra le rughe terree s'impietriva un sorriso di ferma beatitudine.
Se qualcuno glielo ordinava, andava in campagna trascinandosi per la cavezza "Piccione" e una capra: il cavallo e la capra camminavano come lui con una lentezza simmetrica, pesante: pareva che staccassero dolorosamente i piedi incarnati alla terra.
Ogni tanto si fermava e gli animali con lui: Zelone riprendeva i suoi misteriosi colloqui, rideva e bestemmiava e poi tornava calmo. "Piccione" e la capra levavano il muso a guardarlo e rimanevano immobili ad ascoltarlo; quando egli taceva riprendevano la strada.
A sentire i temporali la prima era la capra, che con improvviso moto aggirante gli avvolgeva la cavezza intorno alle ginocchia: Zelone guardava in alto, la capra belava, "Piccione" nitriva. Zelone incominciava allora una specie di danza, lenta, impastoiata, scuotendo la testa secondo un ritmo grave e stecchito, a destra, a sinistra, a sinistra, a destra, battendo gioiosamente le mani. La danza durava fino a che il fragore del primo tuono non rompeva l'aria: quando la pioggia scrosciava egli riprendeva assorto e taciturno la marcia.
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Fine.
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LE LACRIME DEGLI EREDI.
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Eravamo gente onorata. Quello fu un giorno tristissimo per noi perch ci macchiammo tutti di una cattiva azione di cui nel villaggio ancora si parla; se ci chiamano con quel brutto soprannome che pi di una volta ha fatto metter mano al coltello ai nostri e ci  costato tante lacrime e sangue, lo dobbiamo a una malora della nostra vita.
Mi piacerebbe di far capire a tutti che io e Giuditta non siamo responsabili di nulla; e che forse nessuno dei presenti voleva fare quello che poi  successo. Il diavolo venuto ad abitare in quella casa, uscito il morto, ci mise quella terribile tentazione addosso. Io che osservai la faccia di Matteo, che fu quello che incominci, ora so bene che il luccicore dei suoi occhi non era pianto, ma fuoco di inferno.
Pensare che fino allora avevamo avuto un contegno veramente giusto; nessuno piangeva con molte lacrime e nessuno sospirava con vero dolore perch il moribondo era vecchissimo e tutti eravamo preparati alla sua morte.
Anche la gente che veniva a farci visita parlava senza pianto; solo Rachele, che era vecchia quasi quanto il morente, disse a voce alta: Verr anche il mio turno, e si mise a piangere torcendosi le mani e battendosi le palme aperte sulla testa. Tutti noi che sedevamo in circolo la conoscevamo come vecchia molto vanitosa, perci non ci curammo di lei. Rachele si guard in giro delusa, e poi alz le mani per maledirmi, eppure non ero stato io ad insultarla.
Quando la vecchia si fu seduta e si fece completo silenzio, dal fondo non si ud per qualche attimo il rantolo del moribondo, e tutti fecero per alzarsi con molta ansia; volevamo andare a vedere. Ma il rantolo riprese, e ci respinse ai nostri posti.
Cos fummo costretti ad attendere ancora; accanto al lettuccio del morente, nel fondo della grande cucina, non c'era nessuno; tutti in apparenza guardavano i rami polverosi sulle pareti ma lui se avesse potuto capirlo, avrebbe saputo che pensavamo alla sua morte.
Nessuno poteva veramente distrarsi; quel suo respiro cos profondo e rauco lottava con l'angelo che voleva spegnerlo.
Qualcuno, mi pare che fosse Marco il calzolaio, aveva consigliato di togliergli tutti i marenghi che aveva nel pagliericcio perch potesse morire in pace; ma gli altri non erano d'accordo.
Vi maledice: in punto di morte, si vede anche con gli occhi chiusi.
La pi vecchia delle nipoti che aveva parlato disse che questo era anche il parere dei preti.
Cos il pagliericcio, non si tocc e Marco il calzolaio dov rimettersi in tasca il trincetto ed attendere.
Io e Giuditta che eravamo i pi giovani ed eravamo orfani di due cugini di No sapevamo che poco ci sarebbe toccato dell'eredit. Negli ultimi giorni prima che si mettesse a letto, io, per tutto un pomeriggio gli avevo scacciato le mosche che gli si posavano sul viso.
No se poteva passare un pomeriggio sull'uscio senza mosche era contento: fu cos contento quel giorno, che fin con l'addormentarsi sereno come un santo.
Ci tornai il pomeriggio seguente e siccome tirava vento di tramontana, No mi cacci via dicendo:
Oggi non ci sono mosche e s'era messo a ridere.
Rideva perch era un vecchio allegro e tutti i parenti, che siamo tutti bravissima gente, gli facevamo festa, come potevamo. Marco il calzolaio si toglieva il pane di bocca per darlo a lui; Sara gli lavava le camicie e le mutande e il vecchio, nei giorni buoni, odorava di liscivia e di sapone.
Nessuno di noi contava sulla sua gratitudine; ci piaceva di vederlo contento; era il pi vecchio della nostra gente e volevamo che tutto il popolo dicesse che noi lo sapevamo onorare.
Io non ho mai veramente creduto che avesse tutti quei marenghi di cui si parlava; si raccontavano molte storie sulla sua fierezza di carattere e il suo coraggio; aveva per anni percorso col suo mulo tutti i boschi delle contrade lontane trafficando con ogni genere di persone; era stato sempre taciturno e non aveva parlato mai a nessuno dei suoi affari.
Tutti i suoi figli e la moglie erano morti tanti anni prima e nessuno pi li ricordava. Io non riuscivo a persuadermi che un tempo potesse avere avuto dei figli.
Mor silenziosamente; a un tratto, mentre noi parlavamo con la gente che veniva continuamente a farci visita, il respiro cess.
Era tanto debole che nessuno pi l'udiva distintamente; ma gli orecchi tesi avvertirono miracolosamente la sua mancanza. Prima di ogni altro ci mettemmo a piangere tutti: le donne facevano a gara a battersi il capo coi pugni chiusi, Giuditta con le cocche del fazzoletto tra l'indice e il medio faceva schioccare le mani sotto al mento: nell'intervallo tra uno schiocco e l'altro Sara, Berenice, Semplicia e le altre facevano: Oh, oh!
Marco il calzolaio, che era uomo risoluto, pens che bisognava vestire il morto; cos le donne furono mandate a piangere in fondo alla stanza con le spalle al letto di No; ma quando furono con le facce contro la parete non avevano pi modo di sfogarsi e forse concepirono degl'ingiusti sospetti su noi che, attenti al doloroso compito, non pensammo neppure una volta a tastare il pagliericcio.
Tutto fu fatto con molta sveltezza: No, che era uomo previdente, aveva da trent'anni la bara ai piedi del letto pronta per la sua ultima ora che aveva tardato tanto a venire.
Quando fu tutto in ordine, le donne si voltarono e ripresero a piangere. Rachele disse cantando: Era l'architrave della casa. Berenice rispose, Era il ciocco della quercia.
Arrivarono i preti e una gran folla di persone e tutti poterono osservare che facevamo il nostro dovere, da persone dabbene.
Marco il calzolaio quando rimanemmo soli, cavato di tasca il trincetto, tolse coperte e lenzuola dal letto di No e si prepar a sventrare il pagliericcio. Ci assiepammo.
Nessuno fiatava; io sentii allora che, partito il morto, il diavolo era venuto silenziosamente ad abitare la casa.
Marco mise la punta del trincetto nel fondo, senza farla troppo penetrare; poi, con un colpo netto ed uguale, a mano ferma, seguendo l'impuntura, apr il ventre del pagliericcio. La ferita era diritta perch Marco era uomo abile ed abituato a maneggiare il suo coltello.
Apparvero le foglie di granturco compresse e sudice; si capiva che sotto c'era il duro del metallo.
Tutti ci facemmo pi vicini e stavamo attenti perch nessuno ficcasse le mani di nascosto sotto le foglie. Finalmente il vecchio Matteo disse mettendosi una mano sul petto:
Incomincio io; presto dovr rendere conto a Dio della mia anima e voglio andarmene senza peccato.
Eravamo impreparati alla sua proposta e bench nessuno di noi si fidasse di lui, uomo conosciuto come avido e senza scrupoli, tutti tacquero; ma si vedeva che erano scontenti.
Le sue mani tremanti incominciarono a rimestare tra le foglie sporche; sotto il primo strato c'era dell'antica, minuta polvere. Marco fu costretto a starnutire e a stropicciarsi gli occhi; per questo momento di distrazione forse, credette che Matteo avesse trovato qualcosa e grid:
Fermatelo; ha trovato!
Tutti, a precipizio, affondammo le mani nelle foglie, e si lev la polvere e le foglie volavano; la polvere era tanta che eravamo divenuti quasi ciechi e sotto le nostre mani non trovavamo che le mani dure degli altri.
Le mani degli altri che graffiavano le nostre ci fecero rabbiosi e incominciammo a buttare in aria le foglie e a insultarci.
Tutti dicevano urlando di non aver trovato nulla ma tutti dovevano avere le tasche piene di marenghi. A un tratto negli angoli della stanza s'incominci a sentire la pioggia delle monete e noi ci buttammo agli angoli verso il rumore, in un groviglio: uomini e donne.
Ma in ogni angolo trovavamo sempre il vecchio Matteo che aveva perduto il fiato per la furia; fu per questo che Marco tent di aprirgli il pugno col trincetto.
La vista del sangue ci fece perdere la ragione; Simplicia, moglie di Matteo, spicc una pentola di rame da una parete e la diede in capo a Marco.
La polvere e il sangue ci accecavano e incominciammo a ferirci crudelmente. Sento ancora i pianti e gli urli delle donne.
Il popolo del villaggio che seguiva il funerale di No si ferm; la porta chiusa fu tempestata di colpi di scure e vol a pezzi; e fu l'aiuto di Dio il quale non volle che la morte visitasse una seconda volta, in uno stesso giorno la casa.
Poi, quando fummo tutti in prigione, furono trovate poche monete di rame tra i mucchi di foglie; il diavolo aveva maledetto l'oro e ne aveva fatto rame.
Non siamo pi riusciti a cancellare dal ricordo della gente il giorno della morte di No; se gli altri dimenticassero noi potremmo tornare meno crudeli e rispettati.
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Fine.
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IL LIBRO DEL COMANDO.
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Giuseppe e Berenice abitavano l'ultima casa del villaggio posta sullo sprone di roccia dominante la costa che precipitava nel vallone della Segna.
Sull'uscio incominciava la strada che digradava a valle con cento giri prudenti, disseminata di sassi bianchi, orlata di magri rovi e di cespi di lentisco.
Il sentiero durante l'inverno era solitario; nel fondo il vallone della Segna stretto in una gola ripida, muggiva gonfio di acque torbide e impediva il passo a quelli che avrebbero voluto raggiungere la Camarda. D'estate il ruscello era domato dal sole e nel suo greto secco, spaccato dall'arsura saettavano i ramarri verdastri in cerca di una stilla d'acqua.
La strada all'alba e al tramonto si popolava di capre e di pastori. La casa di Berenice e di Giuseppe sentiva questo vuoto che l'abbracciava da tre lati ed era facile preda dei venti e della grandine e di tutte le altre furie del cielo. I due contadini erano poverissimi; Berenice faceva molti figli e Giuseppe stentava a nutrirli con le sue capre. La sera, massime d'inverno, quando i figli dormivano, tutto un groviglio di tenere membra nell'unico letto, Giuseppe e Berenice ragionavano della loro miseria. Erano sempre soli, nessuno veniva mai a trovarli perch tutte le altre case del villaggio erano lontane e Giuseppe non aveva parenti. Era stato allevato a casa di un prete che l'aveva raccolto di pochi mesi dalle braccia della madre morente. Il prete era povero e anche ora non poteva dargli nulla; gli aveva insegnato a leggere e a scrivere e gli aveva fatto capire che il Signore ama i poveri e si prende ogni giorno pensiero della loro sorte per difenderli dal Diavolo che  sempre pronto a dare ai miseri il suo aiuto per portarseli all'inferno.
Giuseppe capiva che tutti i poveri che abitavano la terra erano un gravissimo peso per le giornate del Signore; erano tanti, avevano tanti bisogni, tanti desideri e crescevano e si moltiplicavano come la gramigna.
Il Signore forse si stancava ad ascoltarli tutti e poteva dare pochissimo, appena da non morire all'infinita schiera dei suoi figli poveri. Il Diavolo invece era solitario e ricchissimo, pochi sulla terra lo chiamavano e quelli che lo chiamavano ottenevano oro ed argento e sterminati greggi di capre.
Un giorno il Diavolo port Ges Cristo sul monte e gli fece vedere terre e case senza fine e voleva dargliele; ma Ges non le volle, disse lentamente Giuseppe.
Perch non le volle?
Giuseppe sorrise per la semplicit della moglie e aggiunse bonario:
Non le volle perch sarebbe diventato ricco, e cos i poveri non lo avrebbero pi amato.
Berenice tacque persuasa per un momento ma poi chiese:
Dove  il Diavolo?
In ogni luogo, cammina sul vento e sulla tempesta. S'arrest un attimo come meditando e poi disse: C' un libro per chiamarlo!
Qui si ud il vento venire dal vallone della Segna e gemere sulle imposte della finestra. La fiamma della lucerna oscill e minacci di spegnersi.
Giuseppe e Berenice seguirono inquieti la lotta della fiamma con il fiato del vento; poi quando il sibilo gemente si quiet e le ombre tornarono placate agli angoli lontani, Giuseppe aggiunse:
Una volta, tanti anni fa, venne un vagabondo a casa di don Cireneo; era di notte ed andai ad aprirgli io. Volle che svegliassi don Cireneo. Aveva la faccia bianca come un lenzuolo e la voce di uno che sta per morire; stette tanto tempo chiuso con don Cireneo e ripart a punta di giorno.
Che fecero tutto quel tempo?
Io, disse Giuseppe sottovoce chinandosi verso Berenice come se qualcuno avesse potuto udirlo, io vidi il giorno dopo in mezzo alla cenere dei pezzi di carta bruciati a met. Era il libro del comando; l'aveva bruciato don Cireneo.
Signore liberaci, disse Berenice segnandosi.
Era vecchio il vagabondo e forse aveva paura di morire, concluse Giuseppe.
Quell'agosto il cielo era ferocemente azzurro; per giorni e giorni non si vide una nuvola; al tramonto qualche cirro biancastro veniva alla marina spinto dai venti del sud, ma arrivava smunto dal lungo viaggio sotto il sole cocente.
La terra si spaccava arida e le stoppie si empivano di insetti voraci; non cresceva un filo di erba lungo le prode e le capre di Giuseppe avevano i fianchi magri, palpitanti e le mammelle secche. I figli scalzi e affamati lo aspettavano la sera al ritorno con la speranza che portasse pane ed erba; ma Giuseppe non trovava erba n per s, n per le capre, e le capre non davano abbastanza latte per la fame delle sue creature.
La notte Berenice e Giuseppe rimanevano a lungo svegli per sentire se il cielo tuonasse e mandasse finalmente la pioggia sulla terra secca; ma non si udivano che il canto minuto dei grilli e il crepitio della gramigna arsa.
Le capre diventavano sempre pi magre e i figli andavano a pescare le rane lungo il greto del vallone della Segna ma non trovavano che rospi; le rane erano tutte morte per la calura.
Vendi una capra domani, disse una notte Berenice a Giuseppe. E il giorno seguente Giuseppe vend una capra per pochi soldi e compr il pane per i suoi figliuoli. Dopo pochi giorni dov venderne una seconda e poi una terza.
Su per i vicoli e per i chiassuoli che rimontavano verso la chiesa corse la voce che Giuseppe e Berenice vendevano le loro capre perch non avevano da mangiare e mentre sugli usci attendeva che il vento dell'est venisse a rinfrescare la loro arsura, la gente parlava della loro miseria e della trista stagione.
Don Cireneo seppe che Giuseppe vendeva le sue capre ed ebbe paura che d'inverno lui e i suoi figliuoli potessero morire di fame. Una sera and a trovarli e vuot sulla tavola le sue tasche. Diede tutto quello che aveva ma, siccome era poverissimo, quello che diede bast pochi giorni.
Il Signore si ricorder di noi, disse don Cireneo; e guard il cielo gremito di stelle. Giuseppe non parl; Berenice piangeva. La notte disse a Giuseppe:
Tu lo sapresti leggere il libro del comando?
Io lo saprei leggere.
Giuseppe teneva gli occhi aperti al buio e sentiva il canto dei grilli e il crepitio delle stoppie e non pot dormire. Berenice invece dormiva placidamente e questo dava molto dispiacere a Giuseppe che in quella notte sent molte volte belare lamentosamente le capre e un grido improvviso nella valle della Segna e avrebbe voluto che anche Berenice sentisse.
Il giorno seguente mentre Giuseppe pascolava le capre sotto il ponte del Liscione (era andato lontanissimo a cercar erba sulle prode del fiume), vide fin dal mattino passare frotte interminabili di persone che andavano alla fiera.
Passavano zingari vestiti con colori vivi che cavalcavano asini pieni di fiocchi e di bubboli e avevano l'aria allegra; poi passavano venditori ambulanti sui loro carri, e orefici con il fucile sulle spalle per difendere le cassette dell'oro.
Tutti passavano in fretta e guardavano per un attimo lui, Giuseppe, povero capraio che pasceva dieci capre affamate. Giuseppe incominci ad incitare gli animali per seguire tutta quella gente; quando si trov in mezzo al tratturo voleva tornare indietro ma le capre s'imbrancarono con altre capre di passo.
Qualcuno disse:
Vieni alla fiera se vuoi vendere le tue capre; hanno solo la pelle, ma  buona per farci i tamburi.
Quello che aveva parlato era un vecchio zingaro che fece ridere tutti quelli che erano con lui, rise anche Giuseppe il quale era contento di trovarsi dopo tanto tempo con gente cos allegra e continu a camminare chiamando ogni tanto le sue capre per nome, perch non si confondessero con tutte le altre.
Arrivati alla fiera, si ferm in un angolo tra un branco di buoi e uno di cavalli e attese. Di fronte aveva un giocatore di ventiquattro; una sonnambula con gli occhi chiusi indovinava tutte le carte e leggeva il destino degli uomini e delle donne.
Poi ogni tanto si svegliava con un grido doloroso e si guardava intorno senza capire il luogo nel quale si trovava.
Quando gridava cos, la gente fuggiva impaurita, ma Giuseppe non aveva paura; al tramonto, anzi, dopo aver venduto una delle sue capre, and prima a bere un boccale di vino per farsi coraggio, poi si avvicin alla sonnambula con una lira in mano e le chiese il libro del comando.
La sonnambula lo squadr dal capo alle piante poi si guard intorno; infine apr una cassetta che aveva deposto per terra e ne trasse un libro con la copertina colorata dove c'era un uomo vestito di nero con una bacchetta in mano, e glielo diede.
Giuseppe s'avvi verso casa che era gi notte; s'era messo il libro sul petto tra la camicia e la pelle e camminava rapido percuotendo con un vincastro la groppa delle sue capre le quali, impaurite da quell'insolita violenza, fuggivano o s'arrestavano testarde a brucare le foglie dei perastri selvatici lungo il tratturo.
Non s'incontrava nessuno e c'era intorno un buio fitto fitto in cui gli occhi fosforici delle capre rilucevano come carboni. Giuseppe sentiva il libro sulla sua pelle e gli pareva che diventasse di minuto in minuto pi pesante.
Le capre si sbandavano continuamente ed egli cominci a chiamarle per nome; ma non rispondevano alla sua voce. Allora prese a colpirle con maggiore violenza e gli animali impauriti correvano all'impazzata empiendo la notte dei loro gemiti. Giuseppe le rincorreva e sentiva il suo respiro farsi sempre pi breve.
A casa si cav il libro cautamente dal petto e lo depose su una tavola. Berenice, che era accanto al fuoco, gli vide nella penombra il viso disfatto e la bocca tremante. Gli si avvicin e fece per toccare il libro.
Non lo toccare, disse Giuseppe.
Berenice ebbe paura della voce malvagia del marito e alz la destra per farsi il segno della croce ma questi le prese la mano e gliela inchiod a mezz'aria.
Entr il vento e alit sulla lucerna. Il buio invest la casa e un tuono scoppi nel cielo e romb nella valle della Segna. Una luce violacea percorse il pavimento e illumin il letto dei figli che si svegliarono di soprassalto e incominciarono a urlare.
Le capre scavezzate gi nella stalla, ballavano e belavano impaurite.
Brucialo! grid Berenice con la voce strozzata,  il demonio; e incominci a gemere sordamente come avesse una piaga aperta nel fianco.
Giuseppe cerc a tentoni sulla tavolo il libro del comando ma non riusciva a trovarlo; i figli intanto s'erano alzati e correvano nudi per la stanza cercando la madre.
Giuseppe gridava: Luce! Luce! e arrivava la luce di zolfo dell'uragano; il pianto dei bimbi era coperto dal fragore del tuono.
Allora Berenice invoc il Signore e si prostern. Sotto le sue ginocchia sent il libro; lo prese e lo lanci nel fuoco.
I carboni lo scottarono e poi gli fecero un'alta fiamma intorno. Il tuono tacque e s'intese la buona pioggia che scrosciava sulla terra assetata.
...
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Fine.
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IL FURTO.
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Quando si alz, la Ciaralletta socchiuse lo sportello della finestra che guardava verso il fiume; vide che i Tre Bastoni erano quasi spenti nel chiarore che montava dalla marina e faceva impallidire tutte le altre stelle.
Il figlio dormiva profondamente; dall'angolo buio udiva il suo respiro rauco. Richiuse lo sportello e la stanza ripiomb nel buio di prima; ma pareva che qualcosa del freddo fiato dell'alba fosse rimasto sospeso nel luogo. La vecchia si butt sulle spalle il pannuccio e, a tentoni, si avvicin al focolare; rimosse la cinigia e scopr un carboncello morente sotto la cenere. Raccolse, spazzando con le dita il focolare, alcuni fili di paglia, li depose sul carbone e vi soffi sopra. La fiammella scopr le pareti fuligginose del camino e la buca della lucerne.
La Ciaralletta si tolse una forcina di metallo dai capelli grigi, arruffati e trasse dal becco un poco di stoppino e la fiamma della paglia intanto mor sul carbone che, velato dalla cenere recente, si spense. La fiamma della lucerna friggeva incerta, poi bevve un poco d'olio dal fondo e si allung con un grazioso pennacchio di fumo alla punta.
Le povere masserizie emersero dall'ombra; il lettuccio dell'angolo mostr solo il rovescio cinerino del lenzuolo e l'incerto rilievo del corpo del dormiente.
La Ciaralletta si diresse a piedi scalzi verso la botola; badava a non fare rumore per non svegliare il figlio.
Sollev la botola e l'aria, carica dell'odore della stalla, entr nella stamberga. La fiamma della lucerna traball e minacci di spegnersi; la vecchia la ripar col duro pugno a imbuto e continu a scendere cautamente per la ripida scala. Fu colpita dal silenzio della stalla; non udiva lo scalpitare monotono, assonnato dei muli e lo sfrogiare improvviso che, al solito, accoglieva la sua visita mattutina; qualche volta Crognale e Satrippo facevano anche un breve raglio di saluto.
Fatti ancora tre o quattro gradini, un buffo di vento spense la lucerna e la Ciaralletta vide l'aria pallida del mattino attraverso la porta aperta.
Scese a precipizio il resto della scala; nella stalla faceva gi abbastanza chiaro; le poste dei muli erano vuote. La Ciaralletta si diresse di corsa verso la porta, usc all'aperto; guard a destra, a sinistra e spi inutilmente il cielo sereno, ormai senza stelle; percorse un tratto di strada lungo le case grige, allineate sul costone del monte, raggiunse il sentiero pietroso che menava al fiume. Camminava a braccia larghe, traballando, con la lucerna spenta che le pendeva da un dito senza pi una goccia d'olio; il pannuccio le era caduto; la camicia aperta faceva intravedere il seno vizzo.
Dalla marina veniva una brezza pungente che le scompigliava i capelli grigi; la Ciaralletta pareva non accorgersene; continuava a camminare rapida e sbilenca, come se il suo inutile camminare avesse uno scopo.
Rientr nella stalla col suo passo stecchito di automa, alz la lanterna nell'aria ormai chiara e scrut gli angoli come se il suo gesto potesse avere il miracoloso effetto di ricreare la presenza dei due animali. Poi, si fece sotto la scala della botola rimasta aperta e volle gridare per chiamare il figlio; ma la lingua le era diventata enorme e le chiudeva la gola. Tent di aggrapparsi con le magre dita ai gradini, ma le mani le tremavano; si pieg dolcemente sulla ginocchia e scivol sullo strame.
Rimase con la testa appoggiata al muro, gli occhi le si empirono lentamente di sangue, un po' di rosso le mont sulla fronte grigia, le labbra s'ispessirono e divennero violacee.
Quando il figlio scese, dapprima non la vide; corse alla porta, guard nella strada; si grattava pensieroso la testa irsuta non sapendo che fare; poi, voltandosi, scorse la madre a terra; allora cap che i muli erano stati rubati.
Torn sull'uscio della stalla e chiam a gran voce verso le finestre ancora chiuse delle case vicine.
A letto la Ciaralletta respirava faticosamente con le palpebre bige socchiuse sugli occhi morenti. Il figlio, in un angolo, la guardava taciturno. Una delle donne accorse diceva che i muli si ricomprano ma che la vita, una volta perduta, non si ricompra. Il figlio scuoteva la testa per dire che non c'era nulla da fare. Un'altra donna disse:  come se ti fosse cascata la casa addosso, non ti rialzi pi. Il contadino non rispose ma fece cenno col capo che era proprio cos.
Arriv un tale che disse allegramente che i muli potevano essere scappati, potevano anche tornare: "qualche volta lo fanno".
Su su, tornano, disse alla moribonda, non fare cos. Poi, rivolto agli altri aggiunse: Si vedono tante cose a questo mondo!
Si vedono, rispose una vecchia.
Quello che aveva parlato si avvicin alla finestra e guard nella strada; tutti tacquero come se attendessero che, voltandosi, annunziasse di aver visto i muli. Invece quando ritir la testa dal vano si lisci i baffi con aria spavalda e disse:
Ora che ci penso, Satrippo era malato; quello era un mulo morto; campava cinque giorni, dieci giorni, ma moriva.
Poi, dopo un attimo aggiunse perentorio:
Hanno rubato un solo mulo. Si volse intorno per chiedere il consenso agli astanti; gli risposero le donne con muti cenni della testa.
Un gruppo di monelli scaruffati e ancora imbambolati dal sonno si scappellottavano per tentare di vedere tra la siepe dei corpi scuri delle donne. Il contadino baffuto si mosse rapidamente dal suo posto e distribu qualche schiaffo:
Rispettate la morte, disse.
Ci furono i pianti dei colpiti e le risa squillanti di un gruppo che era riuscito a fuggire.
Una ragazza infil l'uscio a furia, si fece largo tra le donne e incominci a gridare:
Che hai fatto, che hai fatto signora madre?
Si diede due colpi a palmo aperto sulla testa e pianse cantilenando:
A soldo a soldo, signora madre, all'acqua e al gelo, tra pietre e fratte tu, signora madre, il tozzo di bocca ti sei levato, per comprare Satrippo e Crognale.
Poi rivolta al figlio che aveva levato il capo e la guardava con occhi sgomenti:
Ci hanno levato il pane per i nostri figli, Seppe, non potremo arare, Seppe, tutto a zappa il nostro maggese, Seppe.
Seppe si pass la mano callosa sul viso e incominci a singhiozzare come un bambino. Allora tutte le donne incominciarono a passarsi il dorso della mano sul naso.
Il contadino con i baffi si fece al centro irritato e disse:
La fate morire dannata, vi sente e capisce. Poi rivolto alla Ciaralletta, chinandosi sul letto chiese:
Tu senti che fanno?
Lev la testa e disse con sicurezza: Sente.
I due ladri si chiamavano Michele e Vincenzo. Avevano rubato i muli a notte alta aprendo la stalla con un palo; non avevano osato accendere la lanterna e non erano riusciti a trovare i basti. Avevano portato fuori i muli nudi; non s'erano accorti neanche che Satrippo era malato. Se ne accorsero dopo un'ora mentre facevano la salita del bosco.
Il mulo ansimava per la fatica; Vincenzo gli mise una mano sul cuore e lo sent battere a martello: Ha la febbre, disse.
Michele rispose:
Cammina; quando saremo nel bosco ci si penser.
Ripresero la strada lentamente sotto il cielo stellato. Non c'era la luna; riuscivano appena a scorgere i ciottoli del sentiero e le fratte.
S'erano fermati per riposarsi un poco. Satrippo tremava e aveva la testa china verso terra. Incominci a schiarire e tra le foglie scrosci improvvisa la brezza pungente dell'alba.
Michele disse:
Non gliela far fino alla fiera; vedi quanto tempo abbiamo perduto? Arriveremo a giorno fatto; ci vedranno tutti. Si tolse il cappello, lo sbatt per terra e incominci a bestemmiare.
Vincenzo era rimasto in piedi e teneva con la destra per il morso Crognale, il muletto fulvo, che scalciava irrequieto; di tanto in tanto con la sinistra batteva a palmo aperto sulla groppa di Satrippo per sollecitarlo ad alzare la testa.
Ha freddo; vedrai, quando viene il sole si riscalda e cammina.
Michele si alz; si tolse il mantello e lo butt addosso a Satrippo
Vedremo se col caldo cammina.
Si mise le mani in tasca, torn a sedersi ed aggiunse:
Era meglio abbandonarlo; anche se passa un mercante, cos malato com', non lo compra.
Dopo qualche minuto ripresero il sentiero verso la grande strada che taglia il bosco, per attendere il passaggio dei mercanti. Camminavano lentamente per via di Satrippo che ora, coperto col mantello nero, aveva l'aria veramente di persona malata. Vincenzo stentava a rattenere il passo brioso di Crognale.
Raggiunta la strada, nascosero i muli tra le piante e si misero ad attendere l'arrivo dei mercanti. Michele aveva acceso la pipa e fumava taciturno. Vincenzo si alzava ogni tanto e andava a vedere i muli. Una volta, tornando, indietro, disse allegramente:
Sta meglio, mangia l'erba.
Che te ne importa? tanto non lo vorranno lo stesso; e poi vedi che non passa nessuno.
Passeranno, passeranno, disse Vincenzo; e si mise a sedere.
I mercanti attesi non passavano; s'era levato il sole e l'aria s'era fatta pi dolce. Michele si tolse il cappello, gli ridiede forma con un colpo di mano e se lo rimise in testa; poi si gratt la barba grigia e si volse verso il compagno. Pareva che volesse parlare; invece scosse il capo e tacque.
Il giovane orecchio di Vincenzo percep ad un tratto, di lontano, un trepesto di animali. Scosse il compagno per la spalla e disse: Vengono. Poi aggiunse a furia, un po' affannato: Senti Michele, vendiamo solo Crognale; se i mercanti comprano Satrippo lo fanno per la pelle; lo ammazzano e invece pu guarire.
L'altro non rispose, s'era alzato e faceva solecchio per vedere quelli che arrivavano.
Non erano mercanti; era gente del paese che andava alla fiera. Vincenzo ebbe l'impulso di fuggire ma l'altro lo agguant per un braccio e lo trattenne.
I due contadini che passavano, seguiti dalle loro bestie, si fermarono a salutarli; poi uno dei due chiese a Michele se avevano veduto due muli senza basto
Hanno rubato i muli alla Ciaralletta, disse. Aggiunse: La Ciaralletta ha avuto un colpo per il dolore.
Non sapeva altro; era una notizia che avevano raccolto lungo la strada. Salutarono e ripresero il cammino.
I due ladri rimasero taciturni. Michele si grattava la barba; Vincenzo s'era messo il viso tra le mani e guardava fisso a terra. All'improvviso si alz, prese l'altro per le spalle e gli disse:
Michele, riportiamo i muli.
Perch?
Altrimenti la Ciaralletta muore.
 gi morta.
Chi te l'ha detto? Tu non lo sai, fece Vincenzo rabbioso.
Coi colpi si muore subito, asser Michele.
Io li riporto, capisci? Io non c'entro; io non volevo venire.
Michele riprese a bestemmiare:
Coi ragazzi, mi dovevo mettere coi ragazzi. Vattene; ci penso io; vattene se hai paura.
Voglio riportare i muli, capisci?
Tu sei pazzo; ti scoprono e andiamo in galera.
No, Michele; no, Michele, non mi faccio scoprire. Riporto solo Crognale; l'avvio per la strada e io sto tra le piante; conosce la strada, vedrai che torna solo.
Michele and a riprendersi il mantello. Satrippo era morente; s'era steso a terra e respirava a fatica, gemendo. Vincenzo sciolse Crognale, gli avvolse la cavezza al collo e l'avvi per la strada con una nerbata sulla groppa. Lo stette a guardare un attimo; poi disse al compagno con voce tenera: Se rivede Crognale la Ciaralletta non muore pi.
Michele riprese a bestemmiare
Quando uno si mette con i ragazzi; muore, stupido, muore lo stesso.
...
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Fine.
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LA DIGA.
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L'agrimensore s'era seduto su un mucchio di pietre ai margini dell'orto Spugnardi e si asciugava il sudore; aveva tra le gambe il compasso chiuso: da una tasca sformata spuntava il becco dello squadro. Rimettendo in tasca il fazzoletto gli venne un'idea. Trasse lo squadro dalla tasca slabbrata, socchiuse l'occhio sinistro e aguzzando l'altro guard nel mirino. Poi con la punta del compasso tocc sulla spalla Cifisco che s'era sdraiato sulla proda del canaletto e s'era gi addormentato.
Due setole, prendi quelle di punta.
Cifisco si soffreg gli occhi, si volt pigramente sul fianco e strapp di netto due setole alla coda dell'asino che brucava l'erba tenera di maggio a un passo da lui. L'asino gli sferr un calcio che Cifisco evit con una pigra mossa del busto. Tese le due setole al padrone e poi si ributt a dormire.
L'agrimensore mise i peli nello spacco del mirino, diede un giro alle viti, poi si ricacci lo squadro in tasca e accese la pipa.
Pass la Cadetta e lo salut festosamente; l'agrimensore rispose anche lui festevole e lanci alla donna un bonario e arguto motto. Rise per secondare il riso della donna, e il ventre prominente che si affacciava tra le corte gambe divaricate, sobbalz allegramente.
Chiamo Carlo e Gaudenzio, disse la Cadetta. Non ti hanno visto?. Poi passando accanto a Cifisco lo tocc col piede e gli fece:
Testa di sonno, sempre dormi.
Cifisco barbugli nel sonno:
Andiamo; vengo, vengo!
L'agrimensore fece un gesto di sopportazione che la donna comprese. Entrambi conoscevano le virt e i difetti di Cifisco e il loro gesto valeva un lungo discorso. L'asino scalciava quietamente per liberarsi dalle mosche del meriggio: giovani mosche maggioline piene di vigore e di voglia di sangue. Cifisco si prendeva tutto il sole sul viso e forse non dormiva veramente. Era un torpore estatico, sua maniera di vivere quando non correva per i campi a mettere le paline a due colori davanti al mirino dello squadro e a spostarle a seconda del gesto che il padrone faceva. Gli toccava correre perch il piccolo e ventruto agrimensore che ora si godeva la sosta seduto sul muricciolo, quando misurava i campi inseguiva la falcata del compasso col brio di un ragazzo: e urlava, lo copriva d'insulti al pi piccolo errore. Cifisco correva assecondando le smanie del padrone, frustato dagli insulti ai quali non osava rispondere: sapeva che poi lo avrebbe lasciato dormire: quando egli riposava l'agrimensore aveva gesti e parole lente, bonarie, come quelle di un patriarca.
Arrivarono Carlo e Gaudenzio. Dietro ai due torn anche la Cadetta che ora aveva appeso al seno gonfio, scoperto, il suo ultimo bambino.
Cresce, le fece l'agrimensore.
Cresce,  grasso vedi? aggiunse, e scopr il lattante fino alla cintola. Sulle carni pallide la Cadetta diede due o tre pacche sonore.
Il bambino si stacc dal capezzolo e prese a urlare con la bocca spalancata piena di latte. Gli astanti risero rumorosamente, la Cadetta cull il bimbo nelle braccia facendo: "oh, oh cuore di mamma". Il seno scoperto dondolava sul viso del bambino, il quale richiuse a un tratto la bocca vorace sul capezzolo.
La fame vince, disse Gaudenzio e tutti risero ancora. In un momento di silenzio s'ud il chioccolio dei rigagnoli che adacquavano l'orto.
Incomincia ad arrivare, fece Carlo Spugnardi,  andata Coluccia a girare l'acqua.
Tacquero ancora e s'ud l'acqua scrosciare.
Viene bene adesso. disse l'agrimensore. Aggiunse: Che bella cosa l'accordo, e allarg le braccia con ampio gesto affettuoso.
Abbiamo fatto pace, quel giorno, come ci hai detto tu, borbott Gaudenzio; ma non so se durer.
Dura, dura, fece l'agrimensore ricaricando la pipa.
Cifisco lo tir per un lembo della giacca:
Non fumare ora, portano da mangiare.
Tra gli alberi arrivarono le figlie della Cadetta e di Spugnardi che portavano le fave e il pane.
Gaudenzio disse: Brave, brave, e incominci ad affettare la pagnotta.
Cifisco disse confusamente mentre masticava:
Zingarone ha il vino nel pagliaio.
Zingarone smise di mangiare sorpreso; disse a Cifisco:
Se hai sete  l il fiume:  largo il fiume. Io non ho vino.
Ce l'ha, ce l'ha! gridarono in coro gli altri.
Zingarone incroci le mani sul petto e fece una voce piagnucolosa:
Quanto  vero Cristo.
Vallo a prendere, gli disse paterno l'agrimensore. Zingarone si avvi.
Ci vado per lui che merita rispetto, ma per voi niente, non ve ne darei una goccia.
Torn con un piretto e i bicchieri e incominci a mescere. Mangiavano e bevevano discorrendo. Cifisco al quarto bicchiere si rimise a dormire. Dormiva anche il bimbo della Cadetta. Gaudenzio Spugnardi disse con gli occhi lucidi rivolto all'agrimensore:
Siete stato a misurare le fasce del fiume per i Bardella? Cos non c' pi speranza per noi. Io avevo detto, aggiunse fieramente, andiamo una notte, facciamo i confini e incominciamo a zappare. Poi se arrivano i carabinieri tu dici: " sudore della fronte: qui erano duecento anni che non zappava nessuno". Hanno avuto tutti paura, nessuno  voluto venire.
Hai torto, hai torto, fece l'agrimensore eccitato: non  roba senza padrone, non  demanio, non si poteva fare quello che dici tu. C' la legge.
La legge, fecero gli altri.
Gaudenzio tacque. Nel silenzio improvviso si ud lo scroscio dei solchi che si spegneva.
Hanno levato l'acqua i Frafulli, disse Gaudenzio e si allontan tra gli alberi. Tutti smisero di mangiare e aguzzarono gli orecchi. Dopo un po' si udirono grida acute di donne che chiamavano gli uomini e le urla di Gaudenzio.
Il gruppo che era con l'agrimensore si alz a furia e andarono a prendere i bidenti che avevano lasciati nei solchi.
L'agrimensore diede una pedata a Cifisco per svegliarlo e corse verso il gruppo di alberi dov'era la confluenza dei canali. Li trov che avevano alzate le zappe per fracassarsi le ossa: si butt in mezzo ai contadini e alz sdegnato le braccine in alto:
Quando ci sono io, questo? Vediamo, si ragiona.
Le donne ripresero ad urlare minacciandosi con le zappe levate. L'agrimensore si mise a urlare anche lui e riusc a far tacere le donne, poi disse:
Ha ragione Gaudenzio, gli spettava ancora mezz'ora di acqua: datemi una zappa.
Si mise a cavalcioni del canaletto e devi ancora l'acqua.
Ora venite, vi devo parlare. Lo seguirono tutti.
Tornarono al luogo di prima: l'agrimensore ordin a Cifisco di dare da bere a tutti.
Cos non potete seguitare, un giorno o l'altro vi ammazzate: e perch? per non mettervi d'accordo. Fate la diga, dico io, e ci sar acqua per tutti a tutte le ore e vivrete nella grazia di Dio.
Sono le donne, sono le donne, disse il vecchio Frafulli che aveva il capo bendato per una ferita, ci mandano all'inferno, ci godono a vederci scannare.
Dio lo sa, disse la Cadetta, se siamo noi; noi patiamo le pene di Cristo per voi, e si mise a piangere. Tutte le donne piansero e il vecchio Frafulli che era debole e malato disse: Pensiamo all'anima, non ci perdiamo l'anima.
E fece un gesto distaccato e dolente per indicare le donne piangenti agli uomini taciturni.
L'agrimensore riusc a riunirli una mattina di giugno e a portarli in riva al fiume in magra per la siccit primaverile. Il greto era coperto appena dal velo d'acqua limpida che pareva voler andarsene a lambire i piedi di Serra Caticchio e abbandonare gli orti assetati del piano dell'Ischia.
L'agrimensore disegnava nell'aria la linea dello sbarramento.
Pochi soldi, diceva, per le gabbie di filo di ferro, pietra ce n' quanta se ne vuole, e braccia buone, buone braccia ne avete tutti. Vi faccio io il conto delle giornate di lavoro, tanta terra, tante giornate.
Noi siamo vicini alla corrente, disse il vecchio Frafulli, e dobbiamo lavorare di meno.
Perch? rispose Gaudenzio Spugnardi, l'acqua la prendi anche tu come noi.
Ma l'acqua fa meno strada per arrivare da me, a noi della diga non importa nulla, se vogliamo l'acqua la prendiamo con le giumelle. Qui la terra, l il fiume, aggiunse trionfante e si rivolse alle sue donne e ai nepoti che assentirono.
Ma vedi se si pu ragionare cos? fece Gaudenzio irritato.
L'agrimensore tacque un momento poi disse a Michele Frafulli:
Ma tu non pensi che la diga ti pu salvare l'orto d'inverno dall'inondazione; se il fiume cambia strada un'altra volta come cinque anni fa ti mangia tutta la terra. Con la diga ti puoi salvare. Serve a questo la diga.
Gi te la mangia, fecero gli Spugnardi.
Questo aspettate; vi piace la rovina degli altri cristiani, disse Michele Frafulli, e incominci a bestemmiare. Ma il fiume se ne  andato ormai a Serra Caticchio, pende da quella parte, chi lo raddrizza?  stato il fiume a regolarmela la terra quando ha cambiato strada. Volete farlo tornare? ho capito, la volete fare per questo la diga, per buttarmi quest'inverno il fiume nell'orto. Adesso ho capito. Credevate che non avessi capito. Si mise a ridere aprendo la bocca sdentata. Tutti i suoi risero con lui.
L'agrimensore lo prese per le braccia e gli disse rabbiosamente:
Stupido, stupido.
Ora vi faccio vedere, disse Michele Frafulli, si allontan di qualche passo and a prendere un barile e s'avvi verso la corrente. Riemp il barile, se lo mise a stento sulle spalle e torn indietro a gambe tremanti per il peso. Poi vuot il recipiente in un vivaio e disse borioso con la voce affannata per lo sforzo:
Ecco come faccio io: il fiume  come se fosse mio.
Nei giorni seguenti incominci a piovere a rovesci e la stenta vegetazione esplose all'improvviso. Le ciliege quando torn il sole si caricarono di rosso e le pere fecero la pelle gentile come quella dei bambini.
La mattina quando comparivano in cielo i tre bastoni gli ortolani preparavano le some, s'avviavano verso i paesi dei monti che avevano ancora il verde vivido della primavera. Il fiume s'era arricchito di acque e per qualche giorno l'eterna contesa degli ortolani di Ischia del Ponte ebbe una sosta. Ora badavano a cogliere i frutti che maturavano sulle piante, gli ortaggi che ingrossavano nella terra umida: facevano denari a cappellate e s'ubriacavano con una dolce costanza; con i residui pagavano i conti delle sbornie invernali a Ninco Nanco che attendeva l'inverno per spellarli di nuovo. Tornavano nel pomeriggio addormentati sui muli tra le sporte vuote. I muli ritrovavano la strada: le donne li aiutavano a scendere e li frugavano nelle tasche per cercarvi gli ultimi quattrinelli. La notte dormivano al sereno tra il canto di grilli e lo scroscio mite del fiume.
In agosto incominciarono ad ammalare di terzana: nel pomeriggio quando si svegliavano, bench il sole fosse gagliardo, pareva non avesse la forza di riscaldarli; battevano i denti tremando e si rifugiavano impauriti sulle lettiere di canna nelle pagliaie.
Negl'intervalli tra una febbre e l'altra pallidi e dolenti si trascinavano sul greto e riparlavano della diga stancamente.
Se tutti danno una mano, una mano per uno, si potrebbe intanto accumulare le pietre.
Si potrebbe, dicevano gli altri e guardavano il velo d'acqua terso che correva sui ciottoli.
Assistettero alle prime piogge di novembre dalla cantina di Ninco Nanco che era sull'aia della Serra e dominava con il suo balcone il triangolo di terra di Ischia del Ponte chiuso dal fiume e dal torrente Cervaro che vi sboccava.
Il primo a gonfiarsi di acqua fu il torrente: pareva che l'onda sgorgasse dai sassi tanto fu improvvisa la violenza; se ne udiva il rumore di notte come l'eco lontana di un uragano.
Il fiume nei primi giorni di maltempo conserv le sue povere acque: ma divenne inquieto, il corso si fece livido e rapido, pareva volesse uscire dalla sua via ordinaria.
Una mattina il greto scomparve e il fiume riprese il suo tranquillo vigore invernale.
Nei lenti e uggiosi pomeriggi gli ortolani si bevevano il raccolto dell'estate futura: il vecchio Frafulli con un gruppo di vicini quando s'annunzi la piena divenne stizzoso. Ogni tanto andava al balcone a guardare le acque: quando gli parve che il fiume continuasse a pendere verso Serra Caticchio torn tranquillo: ma Ninco Nanco che trascinava instancabilmente attraverso la stanza la sua gamba cionca, un giorno lo tocc sulla spalla e lo invit al balcone. Tuonava nella valle del Trapura e pioveva a dirotto. A Michele Frafulli che aveva gli occhi annebbiati per il vino parve che il mondo si fosse inclinato per scodellare sulla sua terra tutte le acque del fiume.
Gi due ulivi divelti dalla furia navigavano con le chiome al vento verso il mare.
...
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...
Fine.
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LA FESTA ETERNA.
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Tra il giugno e il luglio, a tre mesi di distanza dal suo ritorno dall'America, ancora durava la leggenda della ricchezza di Flaminio Grande. E invece il povero calzolaio dopo lunghe esitazioni aveva dovuto riprendere in mano la lesina. Metteva pezze, tacchi e bullette alle scarpe dei contadini per guadagnare i pochi soldi che gli occorrevano per vivere, ma era un lavoro sgradevole. Lo faceva ormai nell'interno della casa prima che il sole nascesse o dopo il tramonto, con una furia e un'ostilit che l'abitudine non valevano a mitigare. Durante il giorno andava girovagando per la terra, partecipando agl'intrighi e alle lotte del paese; tra i due partiti aveva scelto quello del canonico Bellaroba. Il prete gli piaceva per la sua giovialit, per lo spirito fazioso che tanto rassomigliava al suo. Flaminio contribuiva con notevole estro alla lotta contro quelli della parte avversa.
Cos la sua popolarit si accrebbe e riusciva a far circolo quando compariva in istrada. Avvicinandosi le feste estive di San Gaudenzio, occorreva nominare una deputazione per i festeggiamenti: ci fu lotta subdola, ma non per questo meno violenta. Prevalse il Bellaroba: dalla sua parte riusc a trascinare tutto il capitolo: a un prete dissidente furono misteriosamente rubati a titolo di avvertimento dodici agnelli. Dovette arrendersi per amore del gregge.
Cos Flaminio fu nominato della Commissione delle feste e non tard a mostrare in seno al consesso uno spirito d'iniziativa, di decisione, insospettato in lui. Dopo qualche giorno gli altri componenti furono addirittura sbalorditi dall'inventiva del calzolaio: la festa di San Gaudenzio si annunziava di una solennit mai vista. Flaminio, avuto un facile sopravvento sugli altri e conquistatane la fiducia, si mise all'opera. Scrisse, invi corrieri, parlament con capibanda, fuochisti, giocatori di ventiquattro, padroni di orsi danzanti.
Corse la voce per i villaggi che da Guardialfiera vanno alla Piana del Tavoliere che per San Gaudenzio ci sarebbe stata festa grande.
Quelli che tornavano dal pellegrinaggio di San Michele del Gargano carichi di carrube e di cedri di Sicilia, parlavano di bande pugliesi che avevano trombe da far tremare i vetri. L'immaginazione di Flaminio era messa in moto dalle voci; si vedeva ancora una volta circondato, adulato, esaltato.
Il giorno della vigilia, la prima ad arrivare fu la musichetta di Palata: due flauti, un clarino, un basso, una cornetta e un tamburo. In mancanza di concorrenti la sminfa si sfog fin dal mattino a ballabili, marce, scombinati pezzi d'opera. Da porte e finestre si affacciavano le ragazze vestite ancora con i soliti abiti, ma con aria festiva; si richiamavano comunicandosi programmi di divertimento per i giorni seguenti con voce gaia che preludeva ai canti della processione del santo.
Il giorno seguente spunt un sole gagliardo in un cielo purissimo. Durante la notte erano arrivate le bande, i fuochisti, i giocolieri, le sonnambule, i gelatai, i pagliacci; l'angelo per la calata dal cielo e satanasso in una cassetta comune.
Quando il sole nacque dietro Tremiti, il confuso rumore notturno esplose. Furono squilli di trombe, pianto di clarini, rimbombo di mortaretti.
Bioccoli di fumo cenerino inghirlandavano l'orizzonte ma i raggi del sole li dissolvevano rapidamente.
Il popolo destato all'improvviso si rivers nelle vie. Quante erano le bande? Neppure Flaminio era in grado di dirlo, n sapeva se tutte fossero state invitate da lui. Nell'ebrezza che lo colse non era in grado di collegare quello che aveva scritto, promesso, pattuito. Gli piaceva che ogni strada, ogni vicolo, ogni angolo della terra avesse la sua banda, il suo fuoco. Incominciarono ad arrivare i forestieri, arrivarono compagnie di pellegrini come non ne venivano da tre secoli: l'ultimo miracolo di San Gaudenzio si era verificato, diceva Bellaroba, nel 1608, tre secoli esatti; forse il santo avrebbe rincominciato a miracolare.
Dopo qualche ora la cosa fu data per certa: nessuno sapeva esattamente quale miracolo il santo avrebbe fatto: il lebbroso, i ciechi, gli storpi, gli epilettici si lamentavano, gridavano, cantavano ma erano tutti lietissimi; dunque il miracolo non li poteva riguardare.
Uno della compagnia di Campomarino volle fare a lingua per terra tutto il cammino dalla porta all'altare: evidentemente un voto: ma non gli fu chiesto quale; dimodoch, visto che nessuno s'occupava di lui, arrivato a met smise e il resto del cammino lo fece in piedi.
C'era troppa allegria in giro: lo sparo dei mortaretti era ininterrotto, lo squillo delle trombe assordante: le bande s'incrociavano soffiando a gara negli ottoni. Due, le pi grandi, quando si fu in chiesa si contesero il posto d'onore sull'organo; il bercio di un trombone collocato alla fine dell'invettiva di uno dei capibanda, caus una zuffa rapida ma violenta; qualche testa e qualche tromba ne uscirono ammaccate.
Ma il Bellaroba, che era in chiesa, comparve gi parato per la funzione a braccia larghe in segno di pace. La festa riprese e alla benedizione degli animali fatta davanti al sagrato le pecore, le capre, gli asini e le vacche premute sul collo dai contadini s'inginocchiarono e fecero la riverenza, con le corna infiocchettate, al santo e al Capitolo benedicente.
Anche nel pomeriggio continuarono ad arrivare sonatori isolati e fuochisti. Chiedevano a Flaminio: Possiamo suonare? Suonate. Possiamo sparare? Sparate. E suonavano e sparavano. La gente era per le strade: e tutti a bere a mangiare a godersi lo spettacolo: le sonnambule predicevano la ventura, l'orso ballava, i giocatori di ventiquattro tentavano d'imbrogliare tutti; ma i contadini avevano una fortuna miracolosa e li svaligiavano.
Dur fino a sera: erano tutti ubriachi, le donne avevano gli occhi cerchiati dalla stanchezza: l'ultimo fuoco d'artificio fece ballare i loro visi nelle sinistre luci azzurre e gialle, le corone di fuoco nel cielo giravano come pianetini pazzi.
Il silenzio, quando giunse, piomb sul sonno di Guardialfiera come un dono sorprendente delle stelle, e dell'aria immobile del cielo di giugno.
Flaminio fu trovato a mezzanotte addormentato sui gradini della chiesa: aveva il sonno di un bimbo felice. Quando tutti i suonatori, i fuochisti furono intorno a lui e lo svegliarono per pretendere il pagamento di quanto era loro dovuto, si ebbero per risposta uno sberleffo. Quelli insistettero: allora Flaminio si alz barcollando, si rivolt le tasche e poi ricadde sui gradini; si riaddorment subito col lungo naso puntato verso la luna nascente.
Al mattino la voce corsa durante la notte, che Flaminio non avesse pi un soldo, ebbe conferma. Le bande, i fuochisti che non attendevano che il compenso per partire, non sapevano che fare. Incominciarono le proteste, gli urli, Flaminio fu accusato in tutti i dialetti della Capitanata e dell'Abruzzo Citra di essere un ladro, un imbroglione; tirasse fuori i marengoni americani, pagasse in ogni modo. Ma Flaminio non aveva pi veramente un soldo; quei pochi che aveva raccolti nelle questue erano gi andati. Ma i creditori non intendevano ragioni, cos senza un soldo non potevano andarsene. Qualcuno propose il ricorso con procedura d'urgenza alla giustizia.
Ma un fuochista di Morrone, magro come una cavalletta, disse che se Flaminio non poteva pagare era il popolo di Guardialfiera, che si era goduta la festa, che doveva far le spese. Gli doveva essere venuta un'idea molto furba perch, tra i fuochisti e capibanda e giocolieri, corse un bisbiglio misterioso.
Si stavano evidentemente concertando intorno a qualche cosa di molto importante.
L'accordo fu immediato: i bandisti e gli altri sciamarono verso le casse gi chiuse per la partenza e ripresero gli strumenti, i fuochisti le bombe.
A un segno convenuto tutti ricominciarono a suonare e a sparare. Quei di Guardialfiera, gente furba e godereccia come sempre furono, riportarono nelle stalle gli asini gi carichi degli strumenti da lavoro e pensarono che fosse pi gradevole godersi quella festa a dispetto.
Le donne si fecero alle finestre, compresero, riaprirono le cassapanche, si rimisero gli ori e le vesti di seta e scesero nelle strade.
Verso le dieci la festa aveva ripreso con un vigore mai visto. Considerato che non c'erano in programma messe e processioni, verso le undici, avendo la bandarella di Palata accennato un ritmo di tarantella, due coppie che avevano il fremito nelle ginocchia si misero a ballare. Fu il segnale: dopo qualche minuto tutti roteavano nelle piazzette, nei chiassuoli, nelle strade. Ma pi tardi il decano del Capitolo, famoso per la prudenza e l'avvedutezza dei suoi consigli, fece osservare che era un vero peccato che tanta musica e tanti spari andassero miseramente sciupati, con tanti santi che avevano nelle nicchie e che da tempo immemorabile non avevano avuto una processione con musica. Il Bellaroba raccolse l'idea e propose di onorare S. Onofrio ingiustamente dimenticato mentre, tutti i reverendi amici lo sapevano, nella pestilenza del 1837 aveva fatto almeno dieci miracoli. Furono suonate le campane a distesa e, raccolto il popolo in chiesa, il Bellaroba annunzi dal pulpito l'opportunit di utilizzare la curiosa circostanza per i fini della fede. Santo Onofrio usc dalla nicchia, fu spolverato rapidamente e messo al posto d'onore davanti all'altare: era un vecchierello piccolo e barbuto intristito dalla lunga solitudine; due tarli gli avevano inciso ai lati della bocca un'espressione delusa.
La processione fu allegrissima: era una cosa nuova, inaspettata e per questo pi bizzarra e gaia.
Si rimise mano al vino, i bandisti bevvero e mangiarono ma continuarono a suonare.
Il giorno dopo tocc a San Carlo, che da qualche anno godeva di scarsa popolarit per via del monte frumentario affidato alla sua protezione e che gli amministratori avevano impunemente potuto depredare. Per l'occasione gli fu perdonato.
Nel pomeriggio, mentre le bande continuavano a suonare inutilmente, i guardiesi incominciavano ad irritarsi di questa inutilit; corse voce che un contadino era morto. Le bande attaccarono la marcia funebre e si diressero verso la casa del defunto. Qui trovarono che la notizia non era vera, l'uomo stava s malissimo, ma non era morto. Si accingevano a tornare indietro delusi, quando un tale montato su per esplorare, consigli misteriosamente di attendere. Si fece un gran silenzio, tutti rimasero col fiato sospeso. Attesero a lungo. Poi finalmente nell'interno della casa si ud un grido: ci fu un tentativo di applauso subito coperto dalla mestizia delle trombe.
Sul tardi quello stesso giorno ci fu una nascita; a mezzanotte corse voce che una vecchia semiparalitica che viveva sola fosse spirata da due giorni all'insaputa di tutti. Accorsero le bande; ma la vecchia, forse avvertita da qualcuno, era alla finestra con la testa fasciata di bianco; al lume della luna pareva di gesso.
Era tardi, tutti erano molto stanchi. La gente se ne and a letto; i suonatori dopo un'ora o due di sonno si concertarono e a turno ripresero a suonare.
Nessuno poteva dormire: i vecchi svegli battevano il tempo con i polpastrelli sui capezzali di legno.
Ma quella stessa notte il cielo, limpido e quieto fino allora, and ricoprendosi di un velo leggero. Le stelle divennero trepidanti; poi, dal mare, giunse il favonio, lamb le colline di Monte Peloso, fiat basso sulla terra arida e fece scrosciare le messi mature.
All'alba, come per una misteriosa intesa, tutte le falci furono spiccate dall'arpione, le pelli di capra furono unte e nell'incerta luce tutti silenziosamente partirono per i campi.
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Fine.
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GENTE DI CITT.
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IL CICERONE PER I MORTI.
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Quando il mio amico me ne parl per la prima volta, non potei immaginare l'uomo col quale ora camminavo. Mi aveva detto: "Gli piace di bere, di sera parla sempre lui". Parlava sempre lui ed era ubriaco al punto che mi tocc sorreggerlo per un buon tratto, tanto il suo equilibrio era malcerto.
Arrivati davanti alla vetrina della tipografia, ancora illuminata, si tolse il cappello e disse a furia incespicando un poco: Qui esce il Cicerone. Si ferm un istante muto, ma quando vide dietro ai vetri un'ombra che si accingeva ad aprire, mi prese il braccio e mi trascin in un angolo buio:  meglio andar via-, disse con leggera preoccupazione nella voce.
Riprendemmo a camminare; egli parlava: Sono passati quei tempi quando il ministro Ziccardi mi diceva: "Bravo Giacomino!" e mi prendeva a braccetto. Si tolse il cappello nominando il ministro; poi continu a citare in serie onorevoli, grandi ufficiali, commendatori, togliendosi sempre il cappello ad altezza adeguata al grado. La sua divisa, e quella del suo giornale, mi disse, era stata sempre: "Esaltare i vivi ed onorare i morti". Non ho nemici, io sono senza nemici: sapete perch? Io idealizzo l'uomo e quando  morto lo dipingo come desiderava di essere. Il culto dei defunti nasce da questo desiderio del proprio monumento. Detto bene?
Qui si mise a ridere, lasci il mio braccio per abbandonarsi pi comodamente alla sua ilarit e rischi di cadere. Io lo trattenni e allora Giacomino per la commozione mi abbracci e mi diede due baci sonori sulle guance. Io volevo lasciarlo perch incominciava ad annoiarmi quella sequela di parole ed i suoi baci non mi piacevano; feci per salutarlo, ma Giacomino mi preg di accompagnarlo a casa:
Vi ho detto che non ci vedo, se avessi i miei occhi di una volta!
Lo presi a braccetto e riprendemmo la strada. Ora lui taceva ed io venivo almanaccando sulle ragioni che gli avevano fatto evitare l'incontro con la persona che usciva dalla tipografia: "Debiti, pensai, non paga il tipografo".
Bisogna dire che il suo aspetto trasandato, le sue palpebre gonfie e rosse che battevano come quelle dei pipistrelli alla luce viva, e il suo linguaggio cos caotico ed esaltato potevano dare anche ad una persona meno scaltra di me un concetto esatto dell'uomo col quale avevo da fare. Ma in quel tempo io ero scaltrissimo: ingenuo sono diventato dopo per il mio personale piacere.
Del resto Aurelio Petti, mio carissimo amico, nel propormi la relazione non aveva mostrato alcun entusiasmo in senso assoluto: si era reso conto che, dato lo stato di estrema miseria in cui ero caduto e non avendo molto da scegliere, potevo ben diventare l'agente produttore del "Cicerone".
In questo mi aveva trovato consenziente: Giacomino F. M. mi aveva anche anticipato dieci lire; per cui, anche se avessi voluto, mi sarebbe riuscito difficile, onestamente, sottrarmi all'impegno.
Giacomino aveva promesso ad Aurelio Petti di non bere molto quella sera; si era invece ubriacato; per questo i particolari tecnici del mio lavoro m'erano rimasti piuttosto oscuri: n credetti opportuno di insistere con domande indiscrete che avrebbero svelato la mia avidit di grossi guadagni e la mia sfrenata ambizione. Il tatto era allora una delle mie qualit peculiari. Me ne ricordai, e dallo stato di distrazione nel quale ero rimasto per qualche minuto, passai a quello di una premurosa vigilanza. Lo sorressi con maggiore forza e presi a dargli consigli quasi affettuosi nei riguardi dei pericoli della strada. A via del Gatto ci tenne a farmi capire che ormai poteva fare a meno di me, lasci il mio braccio e prosegu appoggiandosi al muro. A un tratto si apr una finestra al primo piano ed una voce roca di donna lo chiam per nome con l'aggiunta di un aggettivo che definiva in maniera un po' brutale un aspetto solo della personalit di Giacomino. Nel salutarmi e nel darmi convegno per il mattino seguente, ebbe un accenno discreto all'ingiuria patita facendomi comprendere che quella donna rappresentava l'unico inconveniente serio della sua vita.
Al mattino quando mi svegliai vidi che la luce del balconcino che era a destra del mio letto aveva una limpidezza insolita, indizio che nel cielo splendeva il sole e la giornata doveva essere freddissima. Felici presagi, questi, che m'indussero ad alcune liete meditazioni. Attendevo Giacomino e pensavo che la mia giornata sarebbe stata particolarmente operosa, ragione essenziale per non fare, alzandomi troppo presto, inutile dispendio di forze; mi accadde anzi non volontariamente ma per semplice effetto della mia felice disposizione di spirito, di ricadere in un dolcissimo dormiveglia.
Quando Giacomino entr, mi accorsi della sua presenza perch la porta aperta mand sul mio viso una sgradevole corrente d'aria fredda. Mi svegliai completamente e dissi al direttore del "Cicerone" di sedersi; trov a stento l'unica seggiola e si sedette volgendo le spalle al balconcino per via della luce che gli avrebbe ferito gli occhi delicatissimi. Gli feci osservare che la stanza era poco illuminata e che avevo pensato a questa non rara qualit della mia abitazione dandogli convegno da me ("si capisce, le scale, molte scale": aveva ancora un po' di affanno); ma quando gli citai un motto latino adatto, si rese conto che aveva da fare con persona di fine educazione e sorrise con molta cortesia. Era vestito tutto di nero ed il viso cinereo, la barba grigiastra, le palpebre gonfie e rosse gli davano un carattere di sofferenza spirituale che io trovavo singolarmente adatta al suo genere di lavoro.
Il discorso che mi fece fu piuttosto lungo ed intricato, pieno di inutili ripetizioni: era evidente che pi che chiarire lo scopo della mia collaborazione teneva a mostrarmi la sua profonda conoscenza dell'anima umana che gli aveva suggerito quella che egli considerava una grande idea. Si presentava in tal modo nobile e disinteressato ed io riuscii ugualmente a capire quello che dovevo fare massime quando mi mostr un campionario dei pi riusciti numeri della sua pubblicazione. S'era alzato, aveva messo sul letto il suo scartafaccio e lo veniva sfogliando davanti ai miei occhi; poi fin col sedersi sulla sponda e coll'invitarmi a fare da me.
Mi diede poi molti altri preziosi consigli: le visite nelle case dei defunti dovevo ormai farle io, gli indirizzi li procurava lui ed anche le informazioni intorno alle capacit finanziarie delle famiglie. Dovevo servirmi scarsamente del campionario dei morti. Anzi a questo proposito mi chiese di cercare tra le altre una copia fuori commercio del giornale senza articoli funebri che aveva in prima pagina uno studio su Max Nordau, in terza una novella di P. Bourget e una poesia di Decio Sabini con un patetico disegno di un balcone in autunno che sbocciava dai ghirigori della maiuscola del primo verso: Sul tuo verone ove intristito un fiore...
Detti una scorsa ai versi e feci comprendere a Giacomino che avevo perfettamente intuito gli scopi e i limiti del mio compito. Allora lui soddisfatto apr un involto che non mi pareva di avergli visto quando era entrato e ne trasse un abito nero a falde: Dovrete metterlo nelle visite,  pi corretto e poi fa una certa impressione.
Andato via Giacomino, indossai l'abito con una certa ripugnanza e uscii nella strada: il freddo m'invest crudelissimo e il vento basso faceva sventolare le falde della giacca.
Avevo cinque indirizzi; scelsi il pi prossimo, percorsi qualche vicolo a destra e trovai la casa del comm. M. S. Mi ricevette la moglie: la mia aria di fresca baldanza e una parlantina velocissima ma rispettosa e mesta come si conveniva alla circostanza, riuscirono a persuaderla; ma si contentava di una pagina sola e prometteva l'acquisto di cinquecento copie; cercai di dimostrarle che per il casato e i meriti del defunto cinquecento esemplari erano inadeguati; avevamo semplici cavalieri a mille copie. Tutto fu vano. Mi parl della tristezza dei tempi che non consentivano superflui onori. Mi ritirai e andai a fare una altra visita.
Qui fui pi fortunato; ebbi da fare con un uomo, il figlio del defunto; si sa, con gli uomini le cose procedono pi rapidamente. Sulle prime rifiut nettamente e mi preg di rispettare il suo dolore: dovetti ricorrere allora al campionario. L'effetto fu buono: due pagine con tre fotografie mille copie ad una lira.
Per quel giorno poteva bastare: la sera mi fu difficile convincere Giacomino a mettere entrambi i necrologi nello stesso numero. Mi disse che la cosa era contraria alla tradizione del giornale; ma io gli feci osservare che vivere era rinnovarsi: il fatto stesso che una forza giovane e fattiva collaborava con lui era un segno che alla pubblicazione era certamente riservato un grande avvenire. Poi aggiunsi per luminosa intuizione: Non due, mio caro, ma anche tre, quattro, potremmo unirne in uno stesso numero; quando riuscissimo a trovare un morto di particolare importanza, gli altri tre si potrebbero ritenere lusingati dalla compagnia.
Qui Giacomino mi abbracci e mi baci; segno evidente che mi ammirava. Sua moglie, che si era rifiutata d'invitarmi a cena, era andata a letto; Giacomino per ragioni di nobile solidariet era rimasto digiuno anche lui. Ma quando udimmo attraverso la porta i segni indiscutibili del profondo sonno della signora, io uscii cautamente e andai a comprare dei viveri e del vino. Mangiammo con molto appetito perch eravamo entrambi di buon umore.
Nei giorni seguenti allestimmo l'edizione ed ebbi campo di conoscere il tipografo che, a parte la sua avidit di danaro, era abile e gioviale.
Per andare a consegnare le copie scegliemmo il venerd, che di comune accordo ritenemmo giornata particolarmente propizia ai nostri destini individuali. A casa del defunto commendatore Marco S. ci accolsero con molta cortesia e con aria leggermente meno triste, cosa che non sfugg alla finezza del mio intuito e mi confort a sperare su una immediata riscossione di quanto ci era dovuto.
La vedova prese una copia del giornale e si sofferm ad ammirare la fotografia del marito, fotografia giovanile che dov suscitarle nell'animo teneri ricordi perch notai che i suoi occhi si velavano di pianto. Invidiai Giacomino che, per la debolezza della vista, non era in grado di osservare questi malinconici particolari: egli infatti con scarso senso di opportunit non faceva che ripetere, inchinandosi con una mano sul cuore:
Abbiamo fatto come meglio abbiamo saputo: il vostro signor marito era grande. Costretto dal rispettoso inchino a guardare il pavimento, non ebbe campo di accorgersi che la signora, aperto il giornale, e data una scorsa alla seconda pagina, era diventata pallida e aveva detto poi a furia, rabbiosamente:
Ma  enorme, questo  fatto apposta. Giacomino le fiss in viso le sue palpebre di talpa con una inquietudine palese. Debbo confessare che fu lui ad intuire nel diluvio di parole che segu, le ragioni del furore della donna. Le parole: "Insieme dopo morti: il suo peggiore nemico", a me che ero passato da uno stato d'animo di tranquilla fiducia alla tempesta del momento, non dicevano nulla; e debbo aggiungere per rispetto della verit che Giacomino con impressionante flemma riusc ad avere una idea ingegnosa. Propose di tagliare in due il giornale e di separare cos i due morti nemici; s'intende, avrebbe ridotto il prezzo. Ma la donna doveva avere cattivo carattere, perch continu ad inveire contro di noi e fece accorrere tutti gli altri membri della famiglia, che si resero conto rapidamente dell'offesa arrecata al defunto e coprirono con le loro grida una mia coraggiosa protesta.
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Fine.
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GLI ESAMI DI FERNANDA.
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L'impressione di tepore avuta entrando nell'atrio della scuola le fece all'improvviso sentire tutto il peso della sua carne. Fuori la tramontana pungente della serena giornata di marzo l'aveva costretta a serrarsi ai fianchi la pelliccia e a camminar spedita come una persona magra che vada frettolosamente per i suoi affari. La rapidit del moto e quell'inatteso tepore la indussero ad aprire il mantello e la sua carne tenera trabocc dallo scollo.
Fermandosi per darsi un contegno, senza volerlo, si mise una mano sul fianco ed ebbe un movimento automatico dell'anca. Il portiere che stava leggendo il giornale si tolse lentamente gli occhiali, usc dalla guardiola e le si avvicin per chiederle che cosa volesse.
Fernanda fece la sua domanda con intenzione gentile ma le venne fuori la solita voce grave e roca che si trov ad ascoltare come se l'udisse per la prima volta. Le parve tanto estranea e cos inadatta al luogo cos calmo e lucido che ripet la sua domanda con altro tono; ma era gi tanto irritata con se stessa che la stizza traspar involontaria dalle sue parole.
Sal la breve scala di marmo tentando di raccogliersi le vesti con la destra per non farle strusciare; aveva dimenticato di avere le vesti corte. La destra che penzolava inutile lungo il fianco le mont ai capelli con un gesto di inutile civetteria.
Quando fu entrata si accorse che il direttore l'aveva appena guardata, le aveva fatto solo un piccolo cenno perch si sedesse. Stava telefonando; parlava con voce pacata, lenta, ogni tanto guardava un mucchio di carte che aveva sul tavolo e dettava, spiccando chiarissimamente le sillabe dei nomi.
Fernanda s'era seduta su una sedia alta e rigida che la costringeva a sporgere il grosso busto; la veste le era montata oltre il ginocchio e le gambe grosse, troppo corte, penzolavano. La pelliccia che le aveva prestato Lola, nel calore della stanza, s'era messa ad odorare. Ebbe voglia di togliersela e di nasconderla; apr la borsa per cercare il fazzoletto e le sue mani indugiarono automaticamente sull'astuccio delle sigarette.
Il direttore in quel momento la guard con i suoi occhi patiti di uomo serio e stanco e le inchiod la mano sull'astuccio. Quando si volt, Fernanda gli fece, non vista, uno sberleffo puerile. Poi disse fra i denti: Mummia.
All'improvviso il direttore si volt e prese a interrogarla. La sorprese con una caramella in bocca; la stava succhiando con un'aria che a lei pareva spavalda. Rispose barbugliando alcune parole incomprensibili e poi tent d'inghiottire la caramella. Strabuzz gli occhi ed ebbe una tossetta stizzosa che tent invano di frenare.
Voi cos non potete parlare, le disse con un bonario sorriso il direttore.
Fernanda cerc a furia il fazzoletto nella borsa e vi sput la caramella che le sfugg di mano e cadde sul pavimento con un piccolo suono vitreo. Volle chinarsi per raccoglierla ma il seno tenero le traboccava dallo scollo. Sotto lo sguardo leggermente ironico del direttore si raddrizz di colpo come se glielo avesse ordinato.
Rimase puerilmente mortificata e incominci a parlare con voce umile, da mendicante. Le veniva un discorso rotto, ingarbugliato, che forse il suo interlocutore non capiva.
Tent di spiegarsi, alz la voce, si fece forza per accavallare le gambe e darsi un contegno mondano; si mise la mano inanellata sotto il mento e disse:
Non ci vuol molto per capire; com' che voi non capite?
L'altro le fece cenno di tacere e le disse:
Voi avete un figlio e non avete marito!
Mi aveva promesso di sposarmi; ha mancato di parola; lui forse veramente, voleva, ma la famiglia... Vigliacchi.
Capisco, la famiglia; sono cose che accadono. Voi, poi, avete fatto una certa vita; ora il bambino  grande e voi vorreste averlo per voi o almeno vederlo spesso. Non vogliono permettervelo, per le ragioni che sapete. Vi consigliano di fare un esame per avere un diplomino e cercarvi un posto. Ve l'hanno gi trovato? Bene. Vi far l'esame.
Era chiarissimo, aveva perfettamente capito; tutto ordinato, liscio, calmo. Apriva la bocca e parlava scorrevole, uguale come se avesse dentro una fonte inesauribile di parole e di pensieri esatti. Ora che lo guardava cos attenta trov che il direttore somigliava a Pallino, quello che andava da Flora.
Il direttore usc pregandola di attendere un istante; Fernanda si sent come improvvisamente liberata da un castigo e si alz cautamente. Tese gli orecchi; quando sent il rumore dei passi del direttore perdersi nel corridoio si mise a canterellare; si avvicin a una finestra e la spalanc. Respir profondo e le piacquero il cielo azzurro e la lama di sole che tagliava nettamente il cortile in due; nessun rumore; la scuola sembrava disabitata.
Ma all'improvviso uno squillo balz nel silenzio, lungo, allegro, libero. Fernanda si mise in ascolto. Altri squilli seguirono, pi deboli, lontani, come se andassero umilmente incontro al primo, che riprese pi alto, giubilante. Segu un tumulto di voci acute, ridenti; uno sbattere di usci, un moto di panche smosse, un confuso, minuto calpesto di passi. La scuola prima cos rigida ed estranea si mise a vibrare come un grande organo; pareva l'inizio di una festa per un avvenimento improvviso mandato dal cielo di primavera. Fernanda si mosse con una corsetta puerile perch voleva andare a vedere.
Ora Fernanda si trovava sola in un'aula vuota, seduta a un tavolino con alcuni fogli di carta bianca, per fare i suoi compiti. Durante i primi minuti aveva seguito, senza volerlo, i gai rumori dei ragazzi che giocavano, provandone un calmo piacere; le pareva di essersi appartata volontariamente da una festa perch altri ne godesse pi liberamente. Il ritratto del suo bambino che aveva fatto vedere al direttore le era rimasto in mano; se lo cacci in tasca e si propose di fare quello che le avevano chiesto.
Lesse il problema che le avevano assegnato e s'accorse che non sarebbe stata capace di risolverlo. Questo le diede un'improvvisa gaiezza; come se si trattasse d'inventare una marachella per sfuggire a un castigo che sentiva di meritare.
Continuava il rumore festoso, ma pi uguale e calmo. Fernanda aveva il capo su una mano e gli occhi perduti nel pulviscolo dorato vibrante nel sole che aveva inondato la stanza; era l'attitudine sognante di una bimba che forse attende il volo di una mosca o di una farfalla per uscire dal suo incanto.
Ad un tratto s'ud ancora uno squillo di campanello, breve, perentorio; mozz l'allegro rumore, nettamente, in un attimo. Tutto torn quieto e operoso.
Fernanda si raddrizz e tent di riprendere il suo lavoro. Trascrisse le cifre e poi si mise a mordicchiare la penna. Passavano i minuti; il silenzio l'aveva rifatta solitaria ed estranea. La pelliccia di Lola accovacciata su una seggiola si godeva il sole, e odorava di muschio e di carne come una bestia viva.
Fernanda si alz e incominci a passeggiare per la stanza; la sua carne senza gli sguardi cupidi degli uomini che ordinariamente la sostenevano, non le pareva pi sua; si pass le mani sui fianchi e si sent enorme; le pareva, impossibile di poter fare quello che si era proposto.
Le torn in mente l'idea che doveva, dopo l'esame, andare a far l'infermiera in un ospedale. "All'ospedale ci son tutti malati stanchi", si disse. E per un momento si sent terribilmente debole per tutta la fatica che le chiedevano. Fece con tutt'e due le mani un gesto di ribellione sprezzante e accese una sigaretta. Fum a grandi boccate con una sfida evidente; fece per prendere la pelliccia, infilarsela e andarsene.
Ma un rumore di passi alle sue spalle le diede un panico improvviso e torn a precipizio al suo posto. Rimase per qualche attimo con le orecchie tese, la penna in mano, mentre col piede schiacciava la sigaretta appena accesa. Non ud pi nulla; ma non ebbe voglia di rialzarsi e di ripetere il gesto; forse attendeva che la scacciassero.
Le sarebbe piaciuto se l'avessero mandata via urlando delle ingiurie; avrebbe risposto urlando.
Dietro alla porta socchiusa che aveva di fronte le arriv d'un tratto un calpesto minuto di passetti esitanti come d'un branchetto di agnelli. Una voce di donna, doveva avere un dito minaccioso sulle labbra, imponeva il silenzio. Una manina spinse l'uscio e un bimbo vestito di bianco entr.
Fece alcuni passi nella stanza poi si ferm deluso. Disse a Fernanda, che s'era messa a guardarlo con una trepidazione che le faceva tremare il cuore:
Tu non sei, e fece per andarsene.
La donna protese le mani e incominci a chiamarlo teneramente; poi cerc ansiosa nella borsa e ne estrasse un pugno di caramelle. Se le mise sulle palme aperte e gliele veniva offrendo con parole dolcissime. Il bimbo si avvicin, si emp le manine di dolci, poi la guard sorpreso e afferm con sicurezza:
Tu sei pi bella.
Fernanda ebbe un riso goloso, sordo e si attir il bimbo sulle ginocchia. Questi si svincol furioso:
Devo andare, ora.
Lei lo teneva stretto e il bambino si spazient, e incominci prima ad annaspare con le mani poi a picchiarla rabbioso sul petto.
Il vestito s'era aperto e il bimbo batteva violento sul seno nudo. La donna aveva chiuso gli occhi e piangeva.
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Fine.
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QUARESIMA IN SEMINARIO.
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Erano cresciute pallide viole al primo sole di febbraio. La sera, erano gi recise nel gambo dalla brezza gelida che frugava la terra. Le cercavano tra le zolle rassodate dal freddo e sapevano, prima di coglierle, che erano gi morte; languivano nelle tenere mani con la corolla cinerea appena striata di azzurro e di verde e odoravano di erba che non ha saputo succhiare il profumo dalla terra.
La terra era acerba ancora e il grano appena spuntava; il tramonto pieno di rosso o di amaranto era una precaria festa del cielo che declinava rapido e cupo sui tetti della vecchia citt.
Le campane dell'Ave Maria si ricordavano che la notte giungeva come sempre e il loro suono era respinto dal cielo freddo e vagava per i vicoli dove s'accendevano fatui lumi nell'ombra deserta.
Il ragazzo aveva gi il ricordo di altre primavere e ora gli accadeva di desiderare un cielo alto, pieno di rondini e un vento odoroso di foglie e di fiori giovani; il desiderio dava alla sua anima alcuni presagi di una malinconia che poi si sarebbe fatta pi grave. I suoi compagni, mentre si avviavano verso il seminario, si stringevano muti intorno al prefetto e facevano, con la notte che incupiva, un solo, mobile mucchio di ombra.
Poi si misero in fila e il prete disse:
Procedamus in pace, e una voce atona rispose: In nomine Jesu Christi.
Amen, disse lui in coro con gli altri; ritrov il suo passo ritmico e riud lo scalpiccio misurato dei suoi compagni e il suono, vago di un uragano remoto, che facevano le sottane larghissime ventando sulle gambe.
Cos l'ultimo desiderio del cielo alto e della primavera gli si spense nell'anima e ritrov i suoi soliti pensieri della sera.
Il suo compagno biondo gli prem leggermente col gomito sul fianco e gli disse sottovoce senza voltarsi: Venderdinix lumborcender?
Il piccolo seminarista rispose: Sinix. Tutti capivano il gergo e si passarono la notizia; le teste con i tondi cappelli neri guardarono la luce che illuminava le finestre dell'appartamento del rettore e capirono che c'era monsignor Vescovo.
Un piccolo mormorio, appena un bisbiglio, percorse la duplice fila dei seminaristi e il prefetto fece: pis pis, e il bisbiglo si spense.
Il ragazzo dov cambiarsi la sottana e il collare; stent ad agganciarlo, il collo gli faceva male, la pressione della celluloide sul gonfiore lo costringeva a tener il capo chino. La dolorosa inclinazione del collo gli imped di partecipare alla generale allegria per la festa serale. Monsignor Vescovo veniva a cena per l'ultima volta in seminario prima di partire per la nuova sede: dopo la predica del quaresimale ci sarebbe stata la serata d'addio. Padre M. da X fa la predica dell'inferno, gli annunzi il compagno biondo. Poi gli chiese premuroso:
Ti fa male il collo?
Cresce, rispose il ragazzo e lo ringrazi con un sorriso angelico.
In cattedrale conserv quel sorriso per il gruppo di putti grassi che sorreggevano l'arco dell'abside e si staccavano dal buio del fondo con le carni rosa-bruno illuminate da un candelabro.
Il ragazzo aveva una tasca piena di violette pallide colte nel prato al tramonto e le stringeva nel pugno chiuso: poi di tanto in tanto odorava il palmo della mano e gli piaceva che il sottile odore dell'erba e dell'incenso che vagava nell'aria avesse cancellato l'odore solito della sua pelle.
Morire: parola che non impaura il giusto;  la morte eterna che fa tremare il peccatore. Libera, a porta inferi.
La voce del predicatore tuonava e si perdeva nelle navate dopo aver sorvolato le teste dei fedeli immersi nel buio. Il ragazzo vedeva, di tanto in tanto, la gigantesca ombra del predicatore agitarsi su una colonna a pungere con un dito enorme il cielo della nave.
L'aria si veniva facendo calda; pareva che i corpi sotto le parole del predicatore fermentassero. Se una voce sottile di donna che poco prima lui aveva distinto tra le altre nel coro, avesse cantato ancora:
Voglio chiamar Maria
se spunta in ciel l'aurora
avrebbe avuto toni bassi e pesanti. Gli occhi del ragazzo si velavano di sonno; sentiva, se chiudeva gli occhi, rintronargli nel capo la voce del predicatore come se parlasse a lui solo, e tentasse di togliergli dalla mente la dolcissima voce di donna che diceva: "Voglio chiamar Maria". Ma il sonno vinse la terribile voce e il canto gentile riprese a risonargli dentro; i putti grassi dell'abside erano scesi su un prato fiorito di altissime viole e di margherite rosse e, nudi, intrecciavano una danza sul ritmo della canzone.
Il ragazzo dormiva ma senza calma: gli occhi del prefetto gli avevano proibito di dormire, fissandolo con aria ostile e gravida di minaccia. Egli rispondeva allo sguardo col suo occhio umile, appannato, tentando di fargli comprendere che si sentiva male e che quell'odore di incenso della chiesa, quel respiro caldo della folla si mischiavano all'odore lontano delle viole, e gli davano invincibile sonno.
Il compagno biondo si spost leggermente per tentare di coprire col suo corpo la testa del ragazzo che dormiva e di tanto in tanto la sogguardava amorevolmente.
Cos il ragazzo dorm qualche minuto col mento sui bottoni rossi della sottana come se pregasse.
All'improvviso, dal fondo, della navata una donna scoppi in un pianto altissimo rotto da strazianti singhiozzi: molte voci si unirono a quel pianto, flebili e gravi, con sospiri e gemiti e la chiesa fu un confuso coro doloroso e implorante.
Il ragazzo si svegli di soprassalto, e vide di fronte l'ombra del predicatore: due enormi braccia alzavano ferocemente il cilizio che pareva si abbattesse sulla folla piangente, e una deforme testa dondolava con affanno. Le fioche luci della navata tetra oscillavano come se il vento dei sospiri e dei singhiozzi tentasse la via del cielo.
La voce del predicatore domin per un attimo quella della moltitudine, poi l'ombra si ritir e fu inghiottita dal buio.
La folla si calm e cominci a ripetere con un minuto balbettio la preghiera che veniva dal pergamo.
 finita, disse il compagno biondo. Prega, ti guardano, e il ragazzo mosse le labbra e mischi la sua voce a quella di tutti.
Fuori c'era un cielo lucido e calmo: il piccolo vento s'era quietato e l'aria era tiepida. Il ragazzo respir profondamente e si sent allegro.
Ora dovresti andare a letto, gli sussurr il compagno.
Poi, poi, voglio stare con voi, rispose il ragazzo. Non sono malato. Rispondeva con una voce leggermente bizzosa come avrebbe fatto con sua madre. Gli pareva di star meglio, aveva in tutto il corpo un piacevole tepore e sentiva che il collo era meno rigido e, a prova, guard il cielo stellato.
Quando furono in seminario fecero per qualche minuto una lieta gazzarra e il prefetto non pot impedirla; e fin per ridere rumorosamente anche lui.
Gi in refettorio l'animazione continu mentre tutti in piedi con le spalle alle lunghe tavole apparecchiate aspettavano l'arrivo di monsignor Vescovo. Quelli della camerata San Raffaele, che erano pi prossimi alla cucina, odoravano le vivande e passavano sottovoce la lista ai compagni pi lontani.
Il rettore capit due volte sgonnellando rapido con aria eccitata e fece un gesto di scherzosa minaccia per tutto quell'allegro brusio. Venne poi il cameriere di monsignore e disse ad alta voce una delle sue facezie abituali; tutti risero ripetendola ai compagni che non l'avevano udita.
La tavola dei superiori nel fondo era ornata di piccoli mazzi di fiori finti e, nel centro, aveva una grande fruttiera di argento e cristallo che rappresentava il dono di addio dei seminaristi.
Scrosci un applauso dal fondo: tutte le teste si volsero e videro monsignor Vescovo altissimo e magro che entrava benedicendo. Un gruppetto di preti professori e il rettore lo seguivano con le mani intrecciate sul ventre e la testa umilmente china.
I ragazzi delle due ali si inchinarono al passaggio con la destra sul cuore. La voce grave e nasale del prelato recit il "benedicite" e tutta l'eccitazione cadde. Incominciarono a mangiare con gesti gravi e lenti seguendo involontariamente il ritmo imposto dalla pacatezza austera di monsignore.
Il ragazzo si pent di non aver chiesto di andare a letto: si accorgeva di non poter mangiare. Il piatto che aveva davanti conteneva una quantit enorme di cibo e occorreva un tempo lunghissimo per mangiarlo tutto. Ora per muoversi sarebbe stato necessario chiedere il permesso a monsignor Vescovo dopo avergli detto che lui era molto malato; poi attraversare tutta la sala sotto lo sguardo dei compagni. Era una cosa difficilissima a farsi e forse egli non ne avrebbe avuto la forza. Il compagno biondo che gli sedeva accanto e capiva tutti i suoi pensieri, mangiava svogliatamente anche lui e gli diceva in gergo che la cena sarebbe presto finita e lui sarebbe potuto andare a letto.
Scrosci un altro applauso: nella tavola dei superiori s'era alzato in piedi un prete grasso e pallido con testa scaruffata e lunatica che cominci a leggere con voce tonante una poesia
Oh di febbraro uggioso le nuvole grige, le lunghe piogge
Febbrar, monsignor, scegliesti per la partenza?
Nella mente del ragazzo l'ardore della febbre faceva le gi e le erre pi frequenti come un confuso coro di cicale.
Per le scale il compagno biondo lo sostenne.
Appena a letto il ragazzo cadde in un profondissimo sonno. Si trov chiuso in una botte che navigava in un mare di pece: la botte aveva per vele due enormi ali di pipistrello e avanzava verso la riva piena di fiamme dove diavoli enormi con lunghi cilizi in mano sferzavano le acque e lo chiamavano a gran voce. Poi la botte si capovolse e il ragazzo anneg nella pece.
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Fine.
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CONVEGNO D'AMORE.
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Il modo di fare della donna si rilev, nei giorni che seguirono il primo incontro, sorprendente. L'uomo, che era abituato ad una grande superficialit di giudizio per presunzione e per un professato cinismo a cui era affidata la sua forza d'animo, dovette confessare a se stesso d'essersi sbagliato. Ora, quando la donna gli diceva: "Mario, Mario" con una bambinesca voce implorante e gli piantava, nei suoi, gli occhi grigi e lunghi, sentiva dentro un intenerimento curioso, mai provato, e si scopriva una propensione improvvisa alla malinconia. Gli veniva l'impulso di prenderle il viso grassoccio e pallido tra le mani e di farle una carezza puerile; ma poi come accade spesso agli uomini del suo temperamento, vinceva l'ira e sbottava in parole di una ingiustificata violenza.
Spiegava alla ragazza la sua maniera di essere: lo faceva con una vanit altezzosa, piena di parole rudi, scelte con crudele lentezza.
Gli accadeva anche, in questi momenti, di affrettare il passo con un'andatura pi rigida del solito, per godersi la ciondolante e molle lentezza della donna che si abbandonava docilmente al suo braccio.
Eppure, quando il breve alterco era finito e il suo dominio sulla compagna gli pareva evidente, rallentava il passo e prendeva anche lui quella stanca andatura; la sua fittizia collera caduta, si sorprendeva ad ascoltare con interesse tutte le recriminazioni della ragazza seguendole nella loro incoerenza infantile.
La donna diceva: "Mario, Mario", con un tono di una intimit antica a cui gli pareva impossibile sottrarsi; le sue malinconie, le sue stanchezze, il freddo improvviso che la prendeva, la fame, erano cose che nel modo come la donna le diceva pareva avessero una storia.
E se lei voleva, riusciva a farlo sedere sulle panchine nei giardini pubblici e a comunicargli tutte le sue malinconie; a dire di s, dei suoi sentimenti, del suo passato, componendoglielo con piccoli sospiri, allusioni, velature di voce, alle quali involontariamente egli prestava molta attenzione.
Se nella semioscurit che sopravveniva voleva tentare una rude carezza, trovava un improvviso impaccio in quella curiosa tenuit di tono che gli era penetrata nei nervi e che spingeva le sue grandi mani a raccogliere nel loro cavo la piccola di lei, tremante.
Tutto si svolgeva secondo una successione di piccoli avvenimenti che egli non aveva saputo prevedere: l'incontro per la strada, il primo, con quel saettare improvviso di sguardi ammiccanti, maliziosi, la mollezza che gli era parsa lasciva della sua lenta andatura, il consenso rapido alla proposta di un altro incontro, gli avevano fatto prevedere uno scioglimento rapido dell'avventura. E invece ora, da pi giorni, passeggiavano amaramente; lungo il fiume lui guardava il tramonto come faceva lei, ed i passanti e le insegne dei negozi, ed era costretto a seguirla in questa strana maniera di compitare lo spazio e la gente, e a scegliere le parole per risponderle perch comprendeva che, quelle che avrebbe dette seguendo il suo impulso, non sarebbero state adatte.
Quando si sedevano nei caff, lei sceglieva l'angolo pi remoto e passava molto tempo muta con gli occhi svagati e lontani che in questo fantasticare le si ingrandivano fino ad invadere tutta l'orbita; la bocca semiaperta si gonfiava sotto il breve alito e si arrossava come un frutto. Allora lui comprendeva che doveva andarsene, che tra loro due non c'era nessun rapporto necessario; ingoiava il suo liquore di un colpo e chiamava il cameriere per farsi servire ancora; si ergeva sul busto gonfiando i muscoli del petto e passandosi la mano sul magro mento duro di peli corti e folti; una specie di richiamo alla sua vigoria di maschio sbrigativo e volontario.
Cercava, guardandola, una frase, una parola che valesse a richiamare la donna assorta, al suo disagio che gli pareva via via si mutasse in collera; ma non trovava nulla ed era lei a guardarlo all'improvviso ed a parlargli con fatua gaiezza. La donna parlava sempre di se stessa col solito tono smozzicato e puerile che aveva in s un che di evidente, sincero, di ordine tutto fisico: ma egli dubitava che la donna mentisse con un'abilit disincantata, che si prendesse gioco di lui, e pensava dentro di s: "trappole, trappole, le solite trappole"; riprendeva il sopravvento e appena in istrada le rovesciava addosso un diluvio di parole violente e la lasciava a piangere nel buio tra la nebbiolina autunnale del lungofiume, stupito che la voce della donna, pure tenuissima, potesse giungergli nell'orecchio a tanta distanza.
Quando l'uomo era solo a casa, pensava fermissimamente che il giorno seguente partirebbe. Doveva partire: in quella citt doveva rimanere soltanto pochi giorni: ora, preso in queste panie, aveva tutto trascurato, tutto mandato a monte; sul tavolo c'erano sparse le carte del suo itinerario; le valige in un angolo non aspettavano che di essere chiuse. Prenderebbe il treno al mattino seguente; c'erano pochi gesti da fare per mettere in atto la decisione; eppure non aveva la forza di compierli. Strano, ma quando era solo, era preso da un'insolita pigrizia meditativa. La mente gli andava alla donna che conosceva da pochissimi giorni, di cui non gli era possibile ricordare tutto il corpo, o precisamente le forme del viso: dentro si presentavano alla memoria i pochi capelli biondi e lisci che si vedevano oltre il cappellino, un pezzo del bavero del cappotto orlato di pelliccia a buon mercato, quella maniera goffa di camminare ciondolando e forse quella sua malinconica voce. "Brutta, brutta;  una donna brutta; domani me ne vado".
Ma non part; al mattino, anzi, alzandosi si prefisse di concludere; si trov sgombro dalle esitazioni dei giorni precedenti, telefon ad un amico per avere un indirizzo e attese ai suoi affari con la necessaria, rapida energia.
Nel pomeriggio, incontrandola, la trov, contro ogni sua aspettativa, molto remissiva: accett la proposta di andare a vedere il luogo del loro convegno, con docilit rassegnata: n disse nulla attraversando alcuni lerci vicoli della citt vecchia in cui la poca luce moriva, intristita, sui muri umidi.
Salendo l'ampia scala del vecchio palazzo, si appoggiava al suo braccio pesantemente, come per opporre una involontaria resistenza; ma se egli la guardava negli occhi ella implorava di non arrabbiarsi, di non essere scortese.
La padrona apr e s'incammin verso il suo angolo dell'atrio senza guardarli; volte loro le spalle, proced lentamente appoggiandosi ai muri con evidente stento e dolore; il cagnolino la seguiva lentissimo a passi lunghi e radi come quelli della padrona.
Raggiunse la poltrona di legno scuro, si sedette, si aggiust con pudico gesto le lunghe vesti intorno alle ginocchie dolenti; poi fece un cenno al cane che attendeva immobile e che con un balzo esatto le mont in grembo. Ella ebbe un piccolo riso silenzioso; e poi lev verso i due il suo viso pallido e sofferente, disse con voce dolcissima ma distante, una voce che non le apparteneva, che non metteva alcuna attenzione sulle sillabe che pronunziava:
Vi manda il signor Testa! Bene. Siete sposi; mi ha detto che siete sposi;  bellissimo.
L'uomo stava per dirle che non lo aveva mandato il signor Testa, che lui non conosceva nessuno che si chiamasse Testa: ma poi ader invece all'invito della donna che indicava loro la camera a destra che aveva l'uscio semiaperto: lei non poteva muoversi. Chiese scusa con un altro pallido sorriso gentile e poi si mur nel suo incantato silenzio.
L'uomo, quando furono nella camera, tent di abbracciare la ragazza ma quella si sottrasse dicendogli:
Lasciami guardare, e si muoveva per la camera toccando la stoffa delle poltrone damascate e i ninnoli di creta dipinta del cassettone: Ora andiamo, disse, ritorneremo; vero? e tent di sorridergli.
Fu la prima ad uscire; passando accenn un inchino alla padrona che forse non la vide. L'uomo rimase indietro a barattare qualche parola d'intesa.
Tornarono dopo due giorni; si incontrarono di primo pomeriggio e si avviarono lietamente verso il luogo del convegno. Lui era contento che la donna fosse venuta: da quando la conosceva temeva sempre le ineguaglianze tristi del suo umore. Gli era parso poi, due giorni prima, che lei avesse ricevuto una sgradevole impressione del luogo dove avevano trovato il nido del loro amore. Ma le sue apprensioni si dimostrarono vane, tanto gli sembr schietta la gaiezza della donna che forse, rinvigorita dall'aria tiepida e luminosa, aveva un passo pi agile e fermo.
Per le scale lo preg di rallentare il passo, dichiar di aver freddo e rimpianse con mite sorriso il solicello della strada.
Lui non aveva voglia di irritarsi e non nascondeva la sua impazienza che forse non aveva nulla di gioioso.
La fretta gli fece commettere l'errore di scambiare le chiavi, perch quella che ora provava sulla toppa non apriva. Devo essermi sbagliato, disse fra i denti. Si ud improvviso l'uggiolio lamentoso del cane che era nell'interno.
Poi, sotto la pressione che incominciava ad essere irosa, la porta si spalanc. Il cane scomparve guaendo nel buio del corridoio a destra. La poltrona della padrona era vuota: caduta la breve eco della porta violentemente chiusa, non si ud pi nulla. La casa pareva deserta. La ragazza lev la testa con aria inquieta, come avesse voluto sentire, col fiuto, la solitudine.
Lui la spinse nella camera e voleva chiudere la porta. Lei, che si era buttata affranta su una poltrona, gli disse
No, ti prego, non ancora. Mario fece alcuni passi nella stanza e disse:
Stanca eh! e rise rumorosamente. Poi si avvicin alla ragazza e le mise le mani sulle spalle: ma lei lo respinse con un gesto deciso senza guardarlo, pareva che la sua attenzione fosse altrove.
L'uomo fece:
Che c'? e si capiva che la sua sorda irritazione cresceva.
La donna non rispose. Allora l'uomo tacque e percep anche lui, lontanissima, la voce piangente del cane; poi se ne udirono le pedate rapide attraversare l'atrio; e il lamento riprese a sinistra pi prossimo; poi si allontan ancora.
Lui le si avvicin e la batt leggermente sulle guance paffute e pallide dicendole:
Su, su!
Il cane ripass ancora abbaiando tristemente; per un attimo la voce scomparve per riprendere lontana.
La donna si alz di scatto e disse con le labbra tremanti:
Lei  morta, andiamo via; lei  morta.
Lui tent di persuaderla prima, con parole di goffa puerilit; poi la volle costringere a rimanere; ma la donna tremava e lo supplicava di lasciarla. Mario allora chiuse la porta d'ingresso della camera, ma lei corse a un altro uscio che comunicava con la camera accanto; le riusc di aprirlo e scomparve.
Lui la segu sibilando tra i denti:
Stupida, stupida.
Ma non gli riusc subito di raggiungerla; la ud difendersi dal cane che ora ringhiava rabbioso tentando di morderla.
La ritrov all'ingresso con gli occhi dilatati dal terrore, seguita dal piccolo cane furente che, in presenza dell'uomo, parve calmarsi.
Il cane fece alcuni giri inquieti annusando, come se seguisse una pista; poi ebbe un balzo contro la porta con un guaito lacerante.
L'uscio si apr e la padrona comparve; entr con passo doloroso e stecchito.
Mario non si accorse del momento in cui la ragazza era fuggita e nella strada per quanto la cercasse non gli riusc di ritrovarla.
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FINE.